E’ stato un fine settimana fatto di pietre, durato una vita. C’erano le pietre di un lavoro in bilico che pesavano sulla testa e sul cuore, quelle da togliersi dalla scarpa che non erano sassolini e quelle piantate in mezzo a una pianura collinosa che abbiamo deciso di andare a vedere da vicino.
Il treno del pomeriggio feriale ci ha portati via da Londra, ci si poteva stare no tutti quei giorni da passare a distillare minuti nell’attesa. C’era bisogno di uscire dalle vie colme di gente e di palazzi, di dare allo sguardo la possibilità di aprirsi sulle linee morbide della campagna inglese e ai pensieri quella di vagare nel cielo di vento e nuvole.
Non è troppo tempo, la ferrovia ti ci porta in un’ora e mezza, viaggi verso il sud-ovest a rincorrere il sole che va giù per cercare di sfuggire la notte.
Stonehenge sta lì, appoggiata sul verde dei prati, nel cuneo di una biforcazione stradale affollata dalle auto rallentate dal traffico del bank holiday. Non è il luogo mistico di aspiranti druidi e albe del solstizio, è un parcheggio per macchine e autobus dove si arriva, un accumulo misto di turisti, panini e souvenir.
Il sottopassaggio che attraversa la strada ti porta nello spazio disegnato dove le pietre stanno lì ferme a disegnare cerchi astronomici, piantate per un terzo della loro altezza nella terra. Immobili da cinquemila anni.
Gli enormi massi non possono essere toccati, non ci si può nemmanco avvicinare, troppa gente ci ha scritto sopra che amava qualcuno o si portava via delle schegge di storia remota da esibire nel tinello di casa. Adesso no. Ora si può solo girargli attorno, un girotondo di centinaia di esseri umani che parlano lingue differenti e ora nel salotto ci si può mettere solo più le foto in posa di fronte alle rocce silenziose. Ma se si guida lo sguardo, se si va oltre le macchine fotografiche e l’autostrada e si mettono le orecchie nella direzione del vento qualcosa si capisce ancora, qualcosa che ha fatto spostare questi pesi dal Galles meridionale fino a qui, quasi duecento miglia attraversate chissà come e chissà da chi, di modo che oggi le bocce di vetro che a capovolgerle fanno cadere la neve finta sul cerchio mistico ridotto in scala possano essere regalate ai parenti che non c’erano.
Non abbiamo dormito lì, non si può. La stanza era a Salisbury, una cittadina che sta venti minuti a sud. Il fiume Avon l’attraversa quietamente, passa sotto i ponti e i salici e lascia nuotare su di se le coppie per la vita dei cigni.
Al confine meridionale della città c’è la cattedrale, altre pietre che danno corpo alla fabbrica del potere spirituale. Siamo entrati che c’era una messa, bisognava aspettare che finisse per poterci girare dentro. Non siamo usciti, ci siamo seduti a ascoltare, il coro modellava armonie che rimanevano sospese nello spazio enorme della navata centrale. Poi una voce ha cominciato a celebrare il rito, era una donna: il presidente dell’assemblea. Si è rimasti fermi sulle panche, quasi trent’anni che non sentivo più una messa, quella riformata poi non era mai successo prima. Nel centro stavano degli incaricati al servizio dei fedeli, quando la comunione è iniziata uno di questi si è avvicinato per chiederci se volevamo prenderla anche noi “No thanks” la risposta, e lui:
“A blessing?”
“I’m fine, thanks”
Fuori c’era la pioggia che cadeva fitta, l’estate britannica se stava andando mentre noi si camminava sotto l’ombrello. Una pinta al pub, un po’ di parole scambiate, una cena per due persone che cercavano di colmarsi l’una dell’altra prima di tutta una serie di ritorni. Una notte, una colazione e poi un viaggio verso le altre pietre che stavano a Londra aspettando il nostro ritorno…
Winblendon sta laggiù, in un angolo del sud ovest di Londra dove la città non è ancora Surrey ma già abbastanza lontana da se stessa da dimenticarsi del proprio fragore. Stavo pensando che magari per rendere un minimo utile questo spazio, che al momento non lo è per niente, quando mi viene potrei segnalare qualche luogo della città ad uso e consumo di chi, non so... Serve a un cazzo ma almeno un poco di più di tutti quegli altri post inutili. Poi se non vi va comprate una guida e vi andate a vedere il cambio della guardia a Buckingham Palace (è bello? Mica l'ho mai visto)
Quando il cielo vira all'azzurro e la temperatura schizza sopra i ventuno questo è un luogo da non mancare. Il nome a quelli della mia età riporta ai tempi dell'Odeon. Mai stato ovviamente ma mi ci leggevo i resoconti di tutti i concerti dei miei eroi di allora su Ciao 2001 o Rockstar e me l'immaginavo un posto enorme, infinito, messo in un luogo immenso. Oggi si chiama Apollo, Hammersmith Apollo. Il posto è lo stesso degli anni settanta, un teatro con l'ingresso schiacciato sotto un viadotto. Ma rimane un luogo mitico, l'altro giorno quando ci son passato di fronte la locandina diceva "Nick Cave and the bad seeds"
Ma non è lì che si va quando a Londra c'è il sole. Piuttosto si scende dalla tube alla stazione e si percorre tutta Queen Caroline Street che prima è una strada a quattro corsie poi si secca quasi a diventare un cortile e finisce contro un muretto al di là del quale c'è il fiume. Di qui giri a destra e segui una passeggiata pedonale, passi sotto Hammersmith bridge che quasi ci batti la testa e finalmente trovi una teoria minima di pub (due) intervallati dai circoli dei rematori e alla fine un piccolo parco.
Non si viene qui per andare a visitar musei o godere di magnifiche architetture. Ci si limita a star seduti bevendo e guardando il fiume che nel suo gonfiarsi o seccarsi ti da il senso del tempo che passa.
Sull'acqua ci sono diecine di chiatte attraccate che fanno le abitazioni dei loro abitanti. L'alta marea le scuote nel passaggio delle barche a motore e la bassa le adagia delicatamente sull'enorme spiaggia che si crea. Sicuramente non c'è nessuno li sopra che costruisce castelli con le carte.
Se non si è proprio sfigati qui di turisti non se ne trovano ma ci si immerge in mezzo alle carni eburnee dei londinesi che assorbono ogni raggio di sole che la meteorologia britannica regala loro. Cosa che, dopo solo un anno e mezzo, ho cominciato a fare anche io.
Consigliato alle persone che vogliono perdersi nei pensieri lenti del pomeriggio osservando lo scorrere delle correnti e le sponde verdi che si confondono nella foschia della lontananza.