Il discorso era stato fatto giovedì scorso con una prestazione hollywoodiana del mega direttore londinese che ha alternato abilmente lacrime a notizie terribili. Quindici persone per quest’ufficio significavano il dieci per cento della massa lavoratrice interna. Uno su dieci già, ma chi?“ Saranno fatte valutazioni oggettive personali”. Questo mi tranquillizzava, come no? Il resto erano solo cinque giorni da fare passare prima che il discorso si tramutasse nella telefonata che ti convocava per un colloquio “di sopra”.
Questa mattina non ero diverso dal solito. Non una particolare tensione, o forse solo un poco, ma non abbastanza da apparire in superficie. Piuttosto una prospettiva diversa di tutti i luoghi che ho attraversato, come faccio ogni mattina, per raggiungere l’ufficio. Come fossero già distanti, parte di una quotidianità passata e destinati a essere cancellati dalle mie consuetudini giornaliere. Pensavo e camminavo sotto il grigio orizzontale del cielo.
La cosa più difficile non è quando ti devi confrontare con te stesso dandoti le risposte che più ti aggradano, molto peggio e doversi paragonare con altre persone che stanno vivendo le tue stesse paure. Si parla poco e sottovoce, è come avere un morto in casa. Poi c’è il contatto silenzioso, le possibilità, lo “spero che non sia tu ma comunque meglio te di me” l’istinto animale di sopravvivenza. Un arma meravigliosa per dividere le persone.
NOW this is the law of the jungle, as old and as true as the sky
Il sistema è semplice e terribile. Suona il telefono e ti invitano a salire, e tu a quel punto sai che qualcosa cambierà interamente la tua vita e se non hai il piano B sei fottuto. Io non ho un piano B. Guardo il telefono e spero che non suoni anzi, non lo guardo neanche più. Occhieggio intorno piuttosto, così, senza farmi troppo notare.
And the wolf that shall keep it may prosper, but the wolf that shall break it must die
Le ore passano come melassa pesante, a guardar fuori non riesci neppure a mettere a fuoco St. Paul tra le migliaia di gocce che scorrono sulle vetrate. E più pensi e più ti rendi conto che il lavoro è una merce e non è un tuo diritto acquisito. Ti può essere tolto in ogni momento, o dato, a seconda della richiesta al banco. Lo si vende a peso, le rimanenze si scartano.
As the creeper that girdles the tree trunk, the law runneth forward and back
Ora si sente qualcuno che singhiozza sottovoce. Rimangono silenziosi quelli che il lavoro ancora ce l’hanno anche se sta scivolando fra le dita rimanendone sempre meno.
Intanto le code per i sussidi di disoccupazione si stanno allungando e in Nord Irlanda sparano. Sembra quasi di essere tornati negli anni ottanta. Mi ridassero almeno i miei vent’anni insieme a tutto questo spurgo.
Domani andando al lavoro voglio guardare ancora le facciate degli edifici nella loro normalità. E non voglio passare più, mai più, una giornata come quella che ho passato oggi. Però so che non è vero. Fra tre mesi si ripresenterà la stessa giornata, non proprio lei, la sua nipote quasi estiva della fine del secondo trimestre e qualcuno rimetterà mano ai telefoni mentre tutti si guarderanno intorno silenziosamente cercando di capire dove suonerà il prossimo.
For the strength of the pack is the wolf, and the strength of the wolf is the pack
Domenica sera si è presentata quando il cielo ha cominciato a diventare più scuro. Ha iniziato a scendere sulle strade, lentamente. Io stavo con la faccia in su, a seguire le larghe volute dei fiocchi che si posavano sull'asfalto delle strade e sulle pietre dei marciapiedi. E' continuata a cadere per tutta la notte, lenta, costante, metodica, e si è fatta trovare al mattino in una quantità che, dicono qui, non si vedeva da diciotto anni.
Quando sono uscito ho trovato la città quasi deserta, senza rumori, e quei pochi che cerano smorzati dal bianco che aveva riempito le strade e i giardini. Non circolavano i bus (pare che neppure la Luftwaffe durante il blitz sia riuscita a bloccare completamente il loro servizio), quasi assenti le auto. Le poche persone che incontravi lungo il tragitto verso l’ufficio camminavano con un’aria fra il confuso e l’incantato, cercando di capire cosa sarebbe accaduto dopo. Già, perché la neve aveva cambiato tutto, e quello che era dato per scontato poche ore prima diventava completamente incerto in quelle a venire. Londra è rimasta immobile per tutta una giornata dimenticando l’angoscia produttiva quotidiana e lasciando la sua gente a far rotolare sfere di neve che si ingrossavano diventando pupazzi.
Dicono che questa nevicata sia costata all’economia più di tre bilioni di pound. A parte che non so quanto sia un bilione ma poi se provo a chiedermi cosa possa significare quella cifra scopro che la mia felicità non è così intimamente legata al valore del prodotto interno lordo e probabilmente è stato così anche per migliaia di altre persone che hanno vissuto in un mondo completamente diverso per qualche ora.
Ora la pioggia che cade sta sciogliendo quello che resta in scure pozzanghere rigate dagli arcobaleni degli olii minerali, il suono dei motori a scoppio riverbera sulle superfici nude e di quel periodo limitato della nostra vita rimargono solo le foto nelle macchine digitali e gli articoli dei giornali , allarmati per le “avverse” condizioni atmosferiche. Li leggo, sorrido e non riesco a ricordare situazione così favorevole da tanto, ma proprio tanto, tempo…
Ottobre. Sabato pomeriggio. C'è un vento britannico appena fuori dalla mia finestra, un vento che porta via le foglie dagli alberi. Guardo nei giardini sei piani di sotto. Un uomo con un piccolo cane bianco al guinzaglio taglia lo spazio in diagonale. Una coppia di adolescenti, lei seduta sulla panchina, lui in piedi di fronte, parlano, le biciclette appoggiate di fianco. Un ragazzo esce dal palazzo di fronte diretto verso la sera di questa giornata che a malapena illumina la mia stanza. Alle sette comincerà a piovere, le previsioni del tempo sono così precise qui. Ma allora sarà buio e non potremo vedere le gocce cadere dal cielo nero. Sabato pomeriggio, ottobre, guardo la vita che passa di sotto...
L'appartamento dove vivo è colmo di piccoli oggetti di produzione industriale, cose che ricordano tempi finiti da trent'anni o più. Ci sono questi personaggi a molla che risiedono sul davanzale interno della finestra della cucina, sopra una coppia di lavelli circolari. C'è una specie di gallina gialla che ha di fronte un granchio arancione. Un'ape troppo grassa per volare sta a fianco di un'aragosta. A questi si è aggiunto, negli ultimi tempi, un signore polimerico con i baffi seduto su di un velocipede. Veste uno smoking rosso, una tuba nera e pantaloni blu. Porta una cassa con il meccanismo per il movimento sopra la ruota posteriore.
Questi esseri oggetti stanno lì, nel loro mondo fuori scala, inanimati. Una specie di natura morta che attende qualcuno per essere caricata e iniziare un movimento meccanico destinato a svanire in pochi secondi riportando tutto a una condizione di muto immobilismo. A fianco la radiolina a pile sta trasmettendo il "winterreise", oltre i vetri c'è uno sfondo di cielo londinese. Ora il vento ha iniziato a soffiare più forte, è probabile che ricominci nuovamente a piovere...
Winblendon sta laggiù, in un angolo del sud ovest di Londra dove la città non è ancora Surrey ma già abbastanza lontana da se stessa da dimenticarsi del proprio fragore. Bisogna meritarsele le cose, desiderarle, saperle aspettare. Per godere al massimo degli eventi si deve attendere, anche per lungo tempo. Così oggi, dopo più di una settimana di piogge e cieli grigi ci si è svegliati sotto un cielo azzurro intenso.
Non è casuale che, in italiano, città sia femminile. Le città infatti possiedono insieme quella grazia sensuale e quella ostilità dura che solo le donne possono avere. Oggi Londra si è spogliata delle sue nubi per mostrare di se la parte più gradevole e preziosa, il cielo blu e il sole per fare le ombre più nette. Si è regalata così, senza veli, quasi sfacciata, con il decolté che scendeva vertiginosamente lungo le linee verticali dei grattacieli di Canary Wharf e una gonna corta per esibire le sponde del suo fiume quasi a colori. E' bello questo posto con il sole. E' bella la gente che esce a catturarne ogni raggio, a stendersi sulle panchine, a celebrare una temporanea primavera. Anche il traffico cambia il suo rumore, sembra quasi più rispettoso di quelle centinaia di corpi umani che cercano sollievo per le proprie ossa umide. Oggi a pranzo mi han detto "andiamo a mangiare un panino fuori, bisogna celebrare". "Celebrare cosa?" faccio io nella mia ottusità. "Il sole" mi è stato risposto. In inglese per indicare giornate del genere viene usato l'aggettivo "glorious" che io trovo stupendo. Oggi era un "glorious day".
Tutti cercano di sintetizzare questa luce forte il più possibile perchè tutti sanno che non può durare. Sappiamo già che domani cambierà di nuovo tutto e probabilmente pioverà, forse ci sarà il vento, di sicuro le nuvole scure cambieranno la luce. Così ci rimetteremo a guardare prima di attraversare la strada, cercare passaggi coperti e assicurarsi di aver messo l'ombrello pieghevole dentro la borsa e ricominceremo ad aspettare con pazienza. Perchè lo sappiamo bene che dovremo soffrire un bel pò ma dopo, alla fine, arriverà di nuovo. Ci sveglieremo un mattino e sarà un "glorious day"