18/05/2009

london paper no.36

Ho una durevole storia di affetti con i corsi d'acqua, una storia di lunghe frequentazioni in luoghi e tempi diversi iniziata quando, da bambino, risalivo i torrenti su in montagna. Mettevo qualcosa da mangiare nello zaino e mi arrampicavo su per i sassi bagnati per vedere se riuscivo a raggiungere la sorgente. Mi piaceva il rumore dell'acqua che picchiava violenta contro le rocce e si buttava dentro alle pozze gelate. Volevo fare il "risalitore di fiumi" quando ero bambino, l'ho voluto fare fino a quando ho scoperto che era un mestiere inesistente e io da ragazzino ero già troppo mediocre per inventare un lavoro nuovo, per quello ho lasciato perdere.
Ma i fiumi no, quelli  hanno continuato a accompagnarmi e quando il montanaro volgare si è inurbato lo ha fatto sulle rive del fiume più lungo dello stivale ma col nome più corto. Potevo stare alla finestra e guardarlo scorrere per ore e seguire i suoi umori: torbidi e gonfi nei mesi che chiudevano l'inverno, aridi e agonizzanti nelle secche dell'estate. E poi tutta l'umanità che si accampava tutto attorno e sull'acqua, lungo le rive a smazzare roba o nel mezzo a vogare. La corrente sempre uguale, da monte a valle a legare altre città e amori di una vita, a allargarsi e formare isole e arenili e poi invecchiare dimenticato dagli uomini che usavano curarlo, gli pulivano le arterie dai detriti e gli guidavano quelle barche che ora stanno lì a marcire sulle rive.
Poi mi sono spostato di nuovo, ri-inurbato, ma più lontano, oltre un braccio di mare. Qui sul fiume non ci abito, troppo difficile, troppo costoso, però ci lavoro così posso coltivare questo rapporto durante tutta la giornata. Gli butto giù un occhio certe volte e controllo in quale direzione scorre. Perchè è diverso, qui il fiume fa all'amore con il mare in quel suo continuo affluire e defluire in sintonia con le maree, come le donne ha umori che variano con il mutare delle fasi lunari. Si svuota fino a lasciare spiagge a orlarlo per miglia ma poi la corrente cambia e risale verso l'interno ruggendo di acque marroni che le barche fanno fatica a navigarci contro e riempie le rive, affoga i pilastri dei ponti e schiaffeggia i sotegni delle banchine.
Io sto li a guardarlo e mi ci faccio cullare i pensieri, lascio che mi indichi il tempo questo fiume,  mi faccia un segnale, mi indichi una via, aiuti una riflessione, ma forse sto solo aspettando che la corrente diventi quella giusta, quella che magari un giorno mi chiamerà a navigarci sopra per riportarmi verso una qualche casa dove ho ancora qualcuno che mi aspetta, qualcuno che ora sta guardando un altro fiume...
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categoria: london, fiumi


28/04/2009

london paper no.35

Ultravox, Hammersmith Apollo 24/04/2009

Sempre visto solo da fuori questo posto, sempre passandoci di fronte nelle ore diurne. Hammersmith Apollo è un luogo mitico, era chiamato Hammersmith Odeon "Apollo, the God of sun. Odeon, God of...Crisps" (questa non è mia purtroppo). Ho letto di questo posto da quando ero pubescente, prima su Ciao 2001 poi su Rockstar, dopo su quotidiani e riviste sparse. Ci hanno suonato tutti, è inutile pure elencare i nomi. Pensate a un qualsiasi musicista pop rock di un certo talento nato nel ventesimo secolo, comprateci un libro sulla sua vita e vedrete che a un certo punto è andato li a suonare  Hammersmith Apollo sta in uno strano posto per un luogo leggendario, fra un fish and chips e un buco di ristorante messicano, sotto un viadotto che ne taglia la facciata in due. Ma l'abito non fa il monaco (fa l'abito appunto) e un luogo non fa il il luogo. Così, a dispetto del contesto questo e un tempio, e come ogni tempio che si rispetti al suo interno ha un bar, anzi due.
Gli Ultravox sono quel gruppo che magari qualcuno si ricorda ancora e che servono ai vecchi tipo me per rivivere idealmente un tempo che non c'è più. Li ho visti la prima e unica volta a Torino nel 1984 o giù di li. Era un poco dopo la tragedia del cinema Statuto, quelle cose che in Italia servono a far capire che forse c'erano dei problemi nelle strutture aperte al pubblico, infatti dopo, di colpo, non esisteva più nessun luogo che potesse essere considerato sicuro, tutte le strutture avevano bisogno di importanti lavori per la messa in sicurezza. Così per non perdere interessanti occasioni qualcuno si era inventato di montare questo tendone da circo nel prato di fianco alle prigioni "Nuove", non certo un luogo memorabile, piuttosto uno di quegli accrocchi degni della storia italica che fanno di noi un popolo di eroi, santi, navigatori in rete, piduisti, mafiosi e lacchè.
E' un sentimento di tenerezza che volge quasi a una triste malinconia vedere tutti questi ex ragazzi e ragazze, qualcuno ancora con le spillette attaccate al giubbotto di pelle, altri in coppia con prole al seguito, certi con creste che rivelano una calvizie in stato avanzato. Un popolo imbolsito e raggiante riunito per rivedere e riascoltare un pezzo di storia andata della musica che a ricordarne il nome, "new wave", sembra quasi di prendersi amichevolmente in giro.
Anche loro sono inevitabilmente invecchiati. Midge Ure non ha più la basetta affilata e il capello nero impomatato ma si porta in giro la sua pelata come un agiato signore di mezzetà, lui come i compagni, ingrassati dal benessere e dagli anni che sono passati via.
Il concerto non ha sorprese, nessuno le cerca o le vuole, certe volte si cercano solo antiche certezze nella vita, certe volte sentiamo il bisogno di essere rassicurati da qualcuno, e loro questa sera sono qui per questo, e lo fanno in maniera professionale. Ma il tempo è stato inventato per passare e creare ricordi e rimpianti, e anche il tempo standard di questo concerto scivola via e ci lascia soltanto con le nostre memorie. Perchè ora abbiamo capito che, nel ritmare gli anni della nostra vita, il delirio adolescenziale del “time is on my side” è assolutamente ridicolo, piuttosto abbiamo sviluppato l’adulta consapevolezza del “time goes by too soon”. E questo gli Ultravox l’avevano capito già venticinque anni fa.
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categoria: london, gig


10/03/2009

london paper no.34

Il discorso era stato fatto giovedì scorso con una prestazione hollywoodiana del mega direttore londinese che ha alternato abilmente lacrime a notizie terribili. Quindici persone per quest’ufficio significavano il dieci per cento della massa lavoratrice interna. Uno su dieci già, ma chi?“ Saranno fatte valutazioni oggettive personali”. Questo mi tranquillizzava, come no? Il resto erano solo cinque giorni da fare passare prima che il discorso si tramutasse nella telefonata che ti convocava per un colloquio “di sopra”.

 

Questa mattina non ero diverso dal solito. Non una particolare tensione, o forse solo un poco, ma non abbastanza da apparire in superficie. Piuttosto una prospettiva diversa di tutti i luoghi che ho attraversato, come faccio ogni mattina, per raggiungere l’ufficio. Come fossero già distanti, parte di una quotidianità passata e destinati a essere cancellati dalle mie consuetudini giornaliere. Pensavo e camminavo sotto il grigio orizzontale del cielo.

 

La cosa più difficile non è quando ti devi confrontare con te stesso dandoti le risposte che più ti aggradano, molto peggio e doversi paragonare con altre persone che stanno vivendo le tue stesse paure. Si parla poco e sottovoce, è come avere un morto in casa. Poi c’è il contatto silenzioso, le possibilità, lo “spero che non sia tu ma comunque meglio te di me” l’istinto animale di sopravvivenza. Un arma meravigliosa per dividere le persone.

 

NOW this is the law of the jungle, as old and as true as the sky

 

Il sistema è semplice e terribile. Suona il telefono e ti invitano a salire, e tu a quel punto sai che qualcosa cambierà interamente la tua vita e se non hai il piano B sei fottuto. Io non ho un piano B. Guardo il telefono e spero che non suoni anzi, non lo guardo neanche più. Occhieggio intorno piuttosto, così, senza farmi troppo notare.

 

And the wolf that shall keep it may prosper, but the wolf that shall break it must die

 

Le ore passano come melassa pesante, a guardar fuori non riesci neppure a mettere a fuoco St. Paul tra le migliaia di gocce che scorrono sulle vetrate. E più pensi e più ti rendi conto che il lavoro è una merce e non è un tuo diritto acquisito. Ti può essere tolto in ogni momento, o dato, a seconda della richiesta al banco. Lo si vende a peso, le rimanenze si scartano.

 

As the creeper that girdles the tree trunk, the law runneth forward and back

 

Ora si sente qualcuno che singhiozza sottovoce. Rimangono silenziosi quelli che il lavoro ancora ce l’hanno anche se sta scivolando fra le dita rimanendone sempre meno.

Intanto le code per i sussidi di disoccupazione si stanno allungando e in Nord Irlanda sparano. Sembra quasi di essere tornati negli anni ottanta. Mi ridassero almeno i miei vent’anni insieme a tutto questo spurgo.

 

Domani andando al lavoro voglio guardare ancora le facciate degli edifici nella loro normalità. E non voglio passare più, mai più, una giornata come quella che ho passato oggi. Però so che non è vero. Fra tre mesi si ripresenterà la stessa giornata, non proprio lei, la sua nipote quasi estiva della fine del secondo trimestre e qualcuno rimetterà mano ai telefoni mentre tutti si guarderanno intorno silenziosamente cercando di capire dove suonerà il prossimo.

 

For the strength of the pack is the wolf, and the strength of the wolf is the pack

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categoria: lavoro, london, recessione


05/02/2009

london paper no.33

Domenica sera si è presentata quando il cielo ha cominciato a diventare più scuro. Ha iniziato a scendere sulle strade, lentamente. Io stavo con la faccia in su, a seguire le larghe volute dei fiocchi che si posavano sull'asfalto delle strade e sulle pietre dei marciapiedi. E' continuata a cadere per tutta la notte, lenta, costante, metodica, e si è fatta trovare al mattino in una quantità che, dicono qui, non si vedeva da diciotto anni.

Quando sono uscito ho trovato la città quasi deserta, senza rumori, e quei pochi che cerano smorzati dal bianco che aveva riempito le strade e i giardini. Non circolavano i bus (pare che neppure la Luftwaffe durante il blitz sia riuscita a bloccare completamente il loro servizio), quasi assenti le auto. Le poche persone che incontravi lungo il tragitto verso l’ufficio camminavano con un’aria fra il confuso e l’incantato, cercando di capire cosa sarebbe accaduto dopo. Già, perché la neve aveva cambiato tutto, e quello che era dato per scontato poche ore prima diventava completamente incerto in quelle a venire. Londra è rimasta immobile per tutta una giornata dimenticando l’angoscia produttiva quotidiana e lasciando la sua gente a far rotolare sfere di neve che si ingrossavano diventando pupazzi.

Dicono che questa nevicata sia costata all’economia più di tre bilioni di pound. A parte che non so quanto sia un bilione ma poi se provo a chiedermi cosa possa significare quella cifra scopro che la mia felicità non è così intimamente legata al valore del prodotto interno lordo e probabilmente è stato così anche per migliaia di altre persone che hanno vissuto in un mondo completamente diverso per qualche ora.

Ora la pioggia che cade sta sciogliendo quello che resta in scure pozzanghere rigate dagli arcobaleni degli olii minerali, il suono dei motori a scoppio riverbera sulle superfici nude  e di quel periodo limitato della nostra vita rimargono solo le foto nelle macchine digitali e gli articoli dei giornali , allarmati per le “avverse” condizioni atmosferiche. Li leggo, sorrido e non riesco a ricordare situazione così favorevole da tanto, ma proprio tanto, tempo…

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categoria: neve, london


14/12/2008

london paper no. 31

Il senso viscoso della recessione ci si è incollato addosso, tutto quello che era fino a dodici mesi fa si stà dissolvendo nella lettura dei giornali e nell'ascolto quotidiano delle notizie.
Non essendo mai stata mia l'idea di vincere il premio Nobel per l'economia lascerò a altri l'onore e l'ònere di spiegarci il perchè di questo sviluppo delle dinamiche economiche. Noi si sta solo qui come gli autunni degli alberi sulle foglie (qualcosa del genere) a non poter fare altro che lavorare fino a quando la tua carta magnetica ti consentirà di entrare nel palazzo per uffici dove ti guadagni la minestra.
Il posto dove lavoro è un grande spazio aperto con tutte le scrivanie disposte per file parallele. Di fianco all'area comune c'è un pannello dove sono attaccate con spilli le fotografie di ogni persona che occupa quell'area al nono piano. Ricordo la tizia che mi chiese di sorridere per farmi una polaroid istantanea, come negli anni ottanta, dopo ci ho dovuto scrivere sopra il mio nome e un aggettivo che qualificasse la mia personalità ai colleghi. E' una specie di antologia di Spoon river di persone, per ora, vive. Una serie di immagini che si sta riducendo settimanalmente, la serie di righe ben incolonnate di un anno fa adesso è una specie di mosaico con molti pezzi mancanti. Lyndon era "eager", Phil "enthusiast", Rebekka "interested ". Gli spazi vuoti fra le fotografie sono sempre più evidenti. A un certo punto dovranno dire a qualcuno di risistemare il pannello, chè questi buchi fra le facce compromettono il morale della truppa.
E così ce ne andiamo a chiudere questo anno senza sapere, ma, perchè no, certe volte anche senza volerlo sapere, cosa cazzo ci riserva il futuro più prossimo, ché quello remoto è vitale ignorarlo.
Dietro il buio di questo pomeriggio domenicale, che è diventato notte prematura, ci aspetta l'ultima settimana prima dell'orgia cristiana della nascita. Poi?
Quest'anno staremo molto attenti, limonando sotto il vischio, a esprimere il desiderio nella nuova mezzanotte. Saremo umili e utilitaristi...

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17/11/2008

london paper no.29

Sabato era il quindici di Novembre. Sono arrivato in questa città lo stesso giorno di due anni fa, credo fosse un giovedì ma potrei sbagliarmi. Non sapevo quanto mi sarei fermato, probabilmente non  so neppure ora per quanto rimarrò mentre guardo questo cielo pomeridiano di colore notte scura che quasi non distingui i contorni delle nuvole nere. Lascio trascorrere i giorni aspettando che le cose migliorino. Sento il tempo passare aspettando di poter riannodare la mia esistenza quotidiana con la compagna della mia vita. In questi ultimi ventiquattro mesi la mia aspirazione massima è diventata quella di avere una vita normale, una serie di gesti abituali da dividere in due. Una casa ordinaria da non dover spartire con nessuno se non con lei, magari un giardino coperto di brina il mattino, dei fili per stendere la roba lavata, un capanno per tenerci i rottami accumulati dall'esistenza.
Ma le cose non sono semplici, non ci sono svolgimenti elementari dei fatti. Il mattino la radio ricorda che questa recessione sarà peggiore di quanto si pensasse pochi mesi fa. Saranno più di tre milioni i disoccupati, uno su dodici qui nel sud-est. Pare vedrò dal vero Inghilterra raccontata nei film di Loach, sembra proprio che ci stanno risucchiando in un vortice creato da qualcuno che sicuramente ora è in salvo sulla terra ferma, mentre noi cerchiamo di remare sulle nostre barche di carta. E non possiamo tornare a riva ora, la terra è lontana, dobbiamo galleggiare su queste acque scure verso l'inverno buio,  tenere i pensieri tristi per le giornate più brevi, aspettare una cazzo di alba che non lasci l'umidità della notte sui vetri delle nostre finestre e poter accendere la radio un mattino per sentire che siamo guariti.
Ma niente può essere risolto, nessun vaso viene riparato senza dover prendere dei pezzi da altri, che rimarranno solo dei  cocci da buttare in una discarica abusiva. Ma da esseri umani continuiamo ostinati a camminare, quale che sia vento. Ci aggrappiamo alle corde delle nostre ipotesi, avanziamo proteggendoci con i nostri pensieri. Possiamo mica fermarci, ci si gelerebbero i piedi...

Now is the winter of our discontent
Made glorious summer by this sun of York
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categoria: london


04/10/2008

london paper no.27

Ottobre. Sabato pomeriggio. C'è un vento britannico appena fuori dalla mia finestra, un vento che porta via le foglie dagli alberi. Guardo nei giardini sei piani di sotto. Un uomo con un piccolo cane bianco al guinzaglio taglia lo spazio in diagonale. Una coppia di adolescenti, lei seduta sulla panchina, lui in piedi di fronte, parlano, le biciclette appoggiate di fianco. Un ragazzo esce dal palazzo di fronte diretto verso la sera di questa giornata che a malapena illumina la mia stanza.  Alle sette comincerà a piovere, le previsioni del tempo sono così precise qui. Ma allora sarà buio e non potremo vedere le gocce cadere dal cielo nero. Sabato pomeriggio, ottobre, guardo la vita che passa di sotto...

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categoria: london, spazi vuoti


19/07/2008

london paper no.26

L'appartamento dove vivo è colmo di piccoli oggetti di produzione industriale, cose che ricordano tempi finiti da trent'anni o più. Ci sono questi personaggi a molla che risiedono sul davanzale interno della finestra della cucina, sopra una coppia di lavelli circolari. C'è una specie di gallina gialla che ha di fronte un granchio arancione. Un'ape troppo grassa per volare sta a fianco di un'aragosta. A questi si è aggiunto, negli ultimi tempi, un signore polimerico con i baffi seduto su di un velocipede. Veste uno smoking rosso, una tuba nera e pantaloni blu. Porta una cassa con il meccanismo per il movimento sopra la ruota posteriore.

Questi esseri oggetti stanno lì, nel loro mondo fuori scala, inanimati. Una specie di natura morta che attende qualcuno per essere caricata e iniziare un movimento meccanico destinato a svanire in pochi secondi riportando tutto a una condizione di muto immobilismo.  A fianco la radiolina a pile sta trasmettendo il "winterreise", oltre i vetri c'è uno sfondo di cielo londinese. Ora il vento ha iniziato a soffiare più forte, è probabile che ricominci nuovamente a piovere...

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categoria: dettagli, london


30/06/2008

places 02 Wimbledon

wimbledonWinblendon sta laggiù, in un angolo del sud ovest di Londra dove la città non è ancora Surrey ma già abbastanza lontana da se stessa da dimenticarsi del proprio fragore.
Quando sei nella high street del borgo e ti volti verso nord puoi vedere tutta la distesa di case che ti porta verso il west end e, se lo fai di notte potrebbe quasi sembrare una los angeles di film dozzinali americani non fosse che qui non c’è l’Oceano e là non guidano a sinistra.
Ma questo posto sarebbe solo un luogo quasi insignificante nella geografia mondiale se non avessero inventato il tennis e il club dove giocarlo. Wimbledon, nell’immaginario collettivo, è la “Centre court” che se tu dici “abito a Wimbledon” l’uomo medio della crosta terrestre comincia a chiedersi quanto dev’essere scomodo dormire sugli spalti di uno stadio e usare i cessi collettivi ogni giorno della vita normale. E poi le persone pensano che questo posto sicuramente non esiste per cinquanta settimane all’anno, lo gonfiano a metà giugno e lo ripiegano per metterlo nell’armadio all’inizio di luglio.
Invece no. Nel borough di Merton ci vivono persone che fanno all’amore, mangiano e bevono durante tutto l’anno solare. Salgono la collina, che viene registrata come nome per la prima volta nel 950 dopo il cristo come Wunemannedunne che pare significasse qualcosa del tipo “la collina dove Winebeald viveva” cambiando continuamente fino al 1211 quando appare per la prima volta il nome attuale. Poi prendono la tube verso il centro, lavorano, tornano e baciano la moglie e i bambini prima di sedersi nel giardino a cullarsi nella brezza serale e magari chiudono gli occhi sognando di vivere in chissà quale altrove.
 
Detto questo però non possiamo prenderci in giro per troppo tempo perché Wimbledon è, in effetti, “il tennis”, ma è anche L’Inghilterra. E’ una parte di quella meravigliosa composizione sportiva creata dal popolo britannico che delizia il mondo intero tutto quanto.
Potresti vivere duemila anni sull’isola senza mai cogliere lo spirito britannico se non vai su quella collina meridionale. Puoi citare Winston Churchill, ascoltare il discorso della Regina a natale, alzarti in piedi quando suona l’inno che dio la salvi, ma non avrai mai capito cos’è questo posto a nord ovest dell’Europa senza un’esperienza in questo luogo che volge all’occidente meridionale della città.
 
Tutti conosciamo bene l’inclinazione al rispetto delle regole degli inglesi e la loro naturale tendenza a creare code ordinate. Abbiamo presente quelle che si formano alle fermate dei bus, in banca e in posta. Ma queste non sono che degli schizzi. Banali abbozzi a matita grassa di quello che è il grande capolavoro artistico finale: La coda di Wimbledon.
Questa è un’esperienza in se che va oltre l’evento sportivo. Qui non si vendono i biglietti via internet, non c’è alcuna prevendita (eccetto quello che riguarda la Centre Court e la Court 1) tutti i biglietti vengono venduti il giorno stesso. Così la media di attesa in questa lunga teoria di persone è, approssimativamente, di quattro ore. E questo tutti lo sanno, ed è per questo che non si assiste a nessuna scena di isteria. Tutto è regolato, preciso, scorrevole. Le persone si organizzano. Portano ceste di vimini per il pic-nic. Libri, sedie, cappelli chiari in paglia, vestiti di lino. Si lasciano scorrere le nuvole sopra la testa a segnare lo scorrere del tempo e l’evolversi della tua esperienza. Si, perché questa è la più importante delle esperienze qui: fare la coda. Il comportamento dell’uomo in fila è rigidamente regolato da una serie di disposizioni che gli steward ti recapitano a mezzo di libretto illustrato e solo dopo, passate il primo paio di ore vieni omaggiato dell’ adesivo che recita “I’ve been in the queue to see the 2008 Wimbledon tennis championship” .
 
Quel che resta dopo la coda è un bel po’ di buon tennis, la consapevolezza di un torneo giocato per la prima volta 132 anni fa, il prato verde dei campi che ti chiedi come si faccia a raggiungere un risultato così perfetto, sicuramente occorrono secoli di esperienza in giardinaggio applicato, le fragole con la panna, i litri di Pimms bevuti in tutti quei bar che trovi all’interno del circolo e i giudici di linea vestiti come in un film di James Ivory.
Poi arriva la sera che allunga le ombre delle reti sui campi e la magia finisce. Le migliaia di persone che hanno accomunato la tua esperienza cominciano a muoversi verso l’esterno, verso i trasporti che riporteranno tutti verso la città reale, quella che da il lavoro per vivere e guadagnare i soldi che tu potrai nuovamente spendere qui il prossimo anno, quando gonfieranno ancora questo sogno…
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categoria: places, london, tennis


05/06/2008

london paper no. 24

Bisogna meritarsele le cose, desiderarle, saperle aspettare. Per godere al massimo degli eventi  si deve attendere, anche per lungo tempo. Così oggi, dopo più di una settimana di piogge e cieli grigi ci si è svegliati sotto un cielo azzurro intenso.

Non è casuale che, in italiano, città sia femminile. Le città infatti possiedono insieme quella grazia sensuale e quella ostilità dura che solo le donne possono avere. Oggi Londra si è spogliata delle sue nubi per mostrare di se la parte più gradevole e preziosa, il cielo blu e il sole per fare le ombre più nette. Si è regalata così, senza veli, quasi sfacciata, con il decolté che scendeva vertiginosamente lungo le linee verticali dei grattacieli di Canary Wharf e una gonna corta per esibire le sponde del suo fiume quasi a colori. E' bello questo posto con il sole. E' bella la gente che esce a catturarne ogni raggio, a stendersi sulle panchine, a celebrare una temporanea primavera. Anche il traffico cambia il suo rumore, sembra quasi più rispettoso di quelle centinaia di corpi umani che cercano sollievo per le proprie ossa umide. Oggi a pranzo mi han detto "andiamo a mangiare un panino fuori, bisogna celebrare". "Celebrare cosa?" faccio io nella mia ottusità. "Il sole" mi è stato risposto. In inglese per indicare giornate del genere viene usato l'aggettivo "glorious" che io trovo stupendo. Oggi era un "glorious day".

Tutti cercano di sintetizzare questa luce forte il più possibile perchè tutti sanno che non può durare. Sappiamo già che domani cambierà di nuovo tutto e probabilmente pioverà, forse ci sarà il vento, di sicuro le nuvole scure cambieranno la luce. Così ci rimetteremo a guardare prima di attraversare la strada, cercare passaggi coperti e assicurarsi di aver messo l'ombrello pieghevole dentro la borsa e ricominceremo ad aspettare con pazienza. Perchè lo sappiamo bene che dovremo soffrire un bel pò ma dopo, alla fine, arriverà di nuovo. Ci sveglieremo un mattino e sarà un "glorious day"

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