Il primo saluto è lo schiaffo di aria rovente che si rovescia su di te appena si apre il portellone dell’aereo, mezzo che, come si sa, sposta persone e cose da un punto all’altro del globo senza l’esperienza del viaggio in mezzo.
Il sud si è caricato il pesante compito di ricordarci quello che eravamo e che ora cerchiamo di nascondere al mondo, come la polvere sotto i tappeti, è l’Italia della 600 e la famiglia al mare, le vespe, le sagre di paese e le madonne al seguito. Il Salento è un sud diverso, ma forse tutti i sud sono diversi. Probabilmente la codificazione segue solo le linee della costa marina per una profondità di trenta metri o poco di più. Lì dove gli stabilimenti balneari vengono chiamati “lounge beach” e le sale da ballo “fashion club” rimestando dentro di te quella sensazione da periferia dell’impero che vorresti tanto evitare ma ti insegue lungo tutti i litorali.
Allora devi fuggire all’interno, anche per pochi chilometri, dove le signore dagli occhi cerulei di discendenza normanna mettono a maturare i grappoli di pomodori nel patio delle case di tufo, e stanno sedute fuori dall’uscio la sera, nell’ora delle visite, aspettando qualcuno. Dove le feste di paese sono imposte a tutte le persone che lo abitano e l’indifferenza è scacciata dalla “poderose salve” offerte dai devoti sparate alle sette della mattina a ingraziarsi gli dei del cielo, dove non bevi caipirinha ma rosato genuino fatto in casa per coltivare il reflusso gastrico.
Il Salento se lo provi a capire ti accoglie, forse non ti farà mai amico ma t’inviterà all’ora del tramonto per un caffè dopo aver mangiato la polvere dei campi ingialliti dal sole e esserti seduto nell’ombra rovente degli alberi di ulivo. E più il tempo passa e più il verde che conoscevi diventa un ricordo nella memoria, come la pioggia o le nuvole che da qui non sembrano voler mai passare. Ti può parlare con quella sua lingua dai suoni arcaici e scuri che non capirai mai, sfiorarti con quel vento che da fresco e piacevole può diventare orribilmente doloroso di umidità e calore, sfamarti con piatti che sanno di pane, perché la povertà non si è dimenticata, o, forse, non è mai finita.
Ma puoi anche non fare nulla, rimanere a fissare quel cielo che non cambia mai, immobile come questa regione matrigna verso i propri figli orfani che devono andare a vendere il proprio ingegno lontano lasciandosi dietro il vento e le superstizioni millenarie di questa Mesopotamia fra i due mari con le ragazze dagli occhi scuri come palandrane e i lineamenti di un oriente tanto vicino da gettare le proprie ombre su questa pianura ogni mattina, quando il sole nasce. Con questo mare del canale che schianta i gommoni dei contrabbandieri, questo lembo di terra così a est da vivere la notte quando ancora a Torino il sole illumina le tegole rosse dei tetti.
Questa è la nostra memoria, la tara genetica che rallenta la voglia di fare di quanti vivono nello stivale, una meravigliosa immobilità dalla quale vogliamo solo fuggire per la paura che ci seduca e non ci lasci più.