03/09/2009

places 03 stonehenge

E’ stato un fine settimana fatto di pietre, durato una vita. C’erano le pietre di un lavoro in bilico che pesavano sulla testa e sul cuore, quelle da togliersi dalla scarpa che non erano sassolini e quelle piantate in mezzo a una pianura collinosa che abbiamo deciso di andare a vedere da vicino.

Il treno del pomeriggio feriale ci ha portati via da Londra, ci si poteva stare no tutti quei giorni da passare a distillare minuti nell’attesa. C’era bisogno di uscire dalle vie colme di gente e di palazzi, di dare allo sguardo la possibilità di aprirsi sulle linee morbide della campagna inglese e ai pensieri quella di vagare nel cielo di vento e nuvole.

Non è troppo tempo, la ferrovia ti ci porta in un’ora e mezza, viaggi verso il sud-ovest a rincorrere il sole che va giù per cercare di sfuggire la notte.

Stonehenge sta lì, appoggiata sul verde dei prati, nel cuneo di una biforcazione stradale affollata dalle auto rallentate dal traffico del bank holiday. Non è il luogo mistico di aspiranti druidi e albe del solstizio, è un parcheggio per macchine e autobus dove si arriva, un accumulo misto di turisti, panini e souvenir.

Il sottopassaggio che attraversa la strada ti porta nello spazio disegnato dove le pietre stanno lì ferme a disegnare cerchi astronomici, piantate per un terzo della loro altezza nella terra. Immobili da cinquemila anni.

Gli enormi massi non possono essere toccati, non ci si può nemmanco avvicinare, troppa gente ci ha scritto sopra che amava qualcuno o si portava via delle schegge di storia remota da esibire nel tinello di casa. Adesso no. Ora si può solo girargli attorno, un girotondo di centinaia di esseri umani che parlano lingue differenti e ora nel salotto ci si può mettere solo più le foto in posa di fronte alle rocce silenziose. Ma se si guida lo sguardo, se si va oltre le macchine fotografiche e l’autostrada e si mettono le orecchie nella direzione del vento qualcosa si capisce ancora, qualcosa che ha fatto spostare questi pesi dal Galles meridionale fino a qui, quasi duecento miglia attraversate chissà come e chissà da chi, di modo che oggi le bocce di vetro che a capovolgerle fanno cadere la neve finta sul cerchio mistico ridotto in scala possano essere regalate ai parenti che non c’erano.

 

Non abbiamo dormito lì, non si può. La stanza era a Salisbury, una cittadina che sta venti minuti a sud. Il fiume Avon l’attraversa quietamente, passa sotto i ponti e i salici e lascia nuotare su di se le coppie per la vita dei cigni.

Al confine meridionale della città c’è la cattedrale, altre pietre che danno corpo alla fabbrica del potere spirituale. Siamo entrati che c’era una messa, bisognava aspettare che finisse per poterci girare dentro. Non siamo usciti, ci siamo seduti a ascoltare, il coro modellava armonie che rimanevano sospese nello spazio enorme della navata centrale. Poi una voce ha cominciato a celebrare il rito, era una donna: il presidente dell’assemblea. Si è rimasti fermi sulle panche, quasi trent’anni che non sentivo più una messa, quella riformata poi non era mai successo prima. Nel centro stavano degli incaricati al  servizio dei fedeli, quando la comunione è iniziata uno di questi si è avvicinato per chiederci se volevamo prenderla anche noi “No thanks” la risposta, e lui:

“A blessing?”

“I’m fine, thanks”

 

Fuori c’era la pioggia che cadeva fitta, l’estate britannica se stava andando mentre noi si camminava sotto l’ombrello. Una pinta al pub, un po’ di parole scambiate, una cena per due persone che cercavano di colmarsi l’una dell’altra prima di tutta una serie di ritorni. Una notte, una colazione e poi un viaggio verso le altre pietre che stavano a Londra aspettando il nostro ritorno…

postato da olut alle ore 22:37 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: places


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