27/01/2009

london paper no.32

Non ci sono più juke boxe nei bar, quelle macchine meccaniche che suonavano musica a richiesta. Una moneta, due canzoni. Io ci ho scoperto la musica con quegli aggeggi, erano grandi come i comò delle camere da letto, illuminati come alberi di natale, colorati come le camicie degli americani.

Non sapevo ancora leggere, o forse stavo appena imparando. E’ che sono cresciuto nei bar, guarda il destino certe volte. Mio nonno ne ha gestiti alcuni, col biliardo, con il lago e la pesca alla trota e la pista di pattinaggio d’inverno, mia madre l’aiutava dietro al banco o alla cassa. Io ero in quell’età che a definirti giovane ti fa già troppo vecchio, iniziavo a imparare le lettere dell’alfabeto “A come albero, B come bistrò” o qualcosa del genere, andavo a scuola col grembiulino nero, e tutte le etichette colorate sotto la cupola trasparente di plexiglas, quelle con i titoli delle canzoni accanto alla combinazione lettera-numero della selezione, riuscivo a riconoscerle per i piccoli disegni che avevano sopra. Quelle dei Beatles avevano le loro teste sul lato sinistro, credo fossero azzurre, o gialle, ma forse ho dimenticato il loro vero colore. Mi facevo dare la moneta da mia madre e stavo a ascoltarle, “così cantano in quattro” pensavo.

Poi c’era la gente del bar, gli avventori. Alcuni passavano davanti al cubone e non si fermavano. Altri stavano un poco a guardarlo, cercavano la moneta nella tasca, la infilavano nella fessura di lega metallica e selezionavano i brani. Io stavo lì, ascoltavo, imparavo i pezzi.

Ogni qualche settimana passava il tecnico, di solito nelle ore di morta del mezzo pomeriggio. C’eravamo io e mio nonno. Arrivava con una cassetta piena di quarantacinque giri, le etichette promozionali “disco non in vendita” e gli artisti spaiati sulle due facciate. La parte migliore stava nel fatto che tutti i dischi che avevano esaurito la loro vita commerciale erano eliminati dal tizio, venivano messi in borse di plastica, quelle per la spesa, e quindi dati a me perchè li suonassi nel mio Lesa verde e bianco.

Ho accumulato un’enorme quantità di dischi continuando a tenerli nei sacchetti, senza nessuna custodia, La qualità ne ha sofferto parecchio.

Mi chiudevo in camera e li infilavo nel mio mangiadischi asmatico, immaginavo di mettere i dischi alla radio, li annunciavo, raccontavo storie agli ascoltatori inesistenti, lo facevo per coprire il silenzio imbarazzante fra un disco e l’altro. La tecnologia della mia emittente era piuttosto basilare.

Ora tutti quei dischi non li ho più, non ho più nemmeno il giradischi a ingoio. Juke box in giro nei posti non ce ne sono rimasti e fuori piove. Meglio vada a dormire…

postato da olut alle ore 21:59 | Permalink | commenti (10) / commenti (10) (pop-up)
categoria: infanzia


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