29/09/2008

hannah and her sisters

Non lo so perché, ma quando arriva l’autunno e le giornate si accorciano diventando sempre più umide e grigie e vengono colorate solo dalle foglie degli alberi, sento il bisogno di rivedere questo film. Ho perso il conto delle volte che l’ho visto, o forse non l’ho mai tenuto. La seconda è l’ipotesi più probabile.
Lo riguardo come se ascoltassi un pezzo musicale, perché ci sono sfumature nei dialoghi o, magari, anche solo  oggetti posati su mobili che fanno da sfondo alla scena, dei movimenti di personaggi o di telecamere che non avevo notato prima, dei dialoghi che non avevo compreso o, forse, avevo solo iniziato a capire e dovevo per forza riascoltare. Ma come in una musica godo molto e soprattutto delle parti che conosco a memoria, le guardo come se le cantassi mentalmente mentre vedo le immagini passare sullo schermo.
Se qualcuno mi domandasse per quale motivo mi piaccia così tanto probabilmente non avrei una risposta precisa. Forse amo la metafora del perdersi per poi infine ritrovarsi più consapevoli, del porsi domande che non prevedono risposte e accettare questa come realtà incontestabile per poter continuare a vivere. O forse sono i colori con i quali Allen veste i suoi film o ancora il fatto che quando appare lui l’intera storia prende a volare talmente alto da poter toccare i problemi essenziali  dell'esistenza con quella leggerezza che possiedono solo le persone eccezionali.
E’ una macchina perfetta questo film, funziona come funzionano le sonate di Bach. E’ la matematica pura al servizio dell’arte. Probabilmente mi attrae anche per altri motivi che non riesco a rendere con le parole perchè risulterei inutilmente goffo. Sono piccole cose che senti dentro quando ascolti la stessa battuta per la milionesima volta o vedi scene senza stacco di telecamera che durano anche più di cinque minuti senza soluzione di continuità. Non so, non sono capace a spiegarmi e a scrivere di cinema, riesco solo a apprezzarlo forse più fisicamente che intellettualmente, con quel gioioso senso di colpevolezza di un bambino che guarda la tivù dei ragazzi senza aver ancora fatto i compiti. 
Del resto "The heart is a resilient little muscle" come potrebbe dire un grande uomo, e noi non possiamo che acconsentire e sederci nuovamente su una sedia davanti allo schermo, perchè anche la prossima volta che lo riguarderemo questo sarà un film che ci dirà ancora qualcosa di nuovo...
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categoria: film


23/09/2008

Dinamiche letterarie

Non conoscevo David Foster Wallace. Non ho mai letto nessun suo racconto o romanzo. Ho sentito parlare di lui per la prima volta quando è morto. Non è bello conoscere uno solo perchè si suicida. Poi sabato mattina, quasi per caso, durante la lettura del giornale sono capitato su un paio di paginoni che riportavano un suo discorso in una qualche università dell'Ohio. Non ricordo quale.

Ho trovato questa lezione, o discorso o qualsiasi cosa fosse, meraviglioso, parlava di pesci, di acqua, di come atteggiarsi nei cofronti della vita per convincersi a raggiungere, almeno, i 50 anni (probabilmente il metodo nonha funzionato molto per lui). Ho deciso così che avrei voluto leggere qualcosa di suo, un qualche scritto, racconto o romanzo che sia. Qualcosa. Poi però mi sono bloccato. Pensavo al libraio che si vede arrivare un tizio che gli chiede quali libri di DFW avesse in a disposizione sugli scaffali o in magazzino. Sicuramente si mette a pensare "ecco qui un altro idiota a guinzaglio della notizia fresca che si vuole comperare questi libri solo perchè chi li ha scritti si è suicidato". E allora va cagher caro libraio. Io, per ora, i libri di DFW non me li compro e, anzi, se poi supero lo sturbo e mi decido di acquistarli non vengo neanche da te, vado da un altro...

 

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categoria: libri


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