30/06/2008

places 02 Wimbledon

wimbledonWinblendon sta laggiù, in un angolo del sud ovest di Londra dove la città non è ancora Surrey ma già abbastanza lontana da se stessa da dimenticarsi del proprio fragore.
Quando sei nella high street del borgo e ti volti verso nord puoi vedere tutta la distesa di case che ti porta verso il west end e, se lo fai di notte potrebbe quasi sembrare una los angeles di film dozzinali americani non fosse che qui non c’è l’Oceano e là non guidano a sinistra.
Ma questo posto sarebbe solo un luogo quasi insignificante nella geografia mondiale se non avessero inventato il tennis e il club dove giocarlo. Wimbledon, nell’immaginario collettivo, è la “Centre court” che se tu dici “abito a Wimbledon” l’uomo medio della crosta terrestre comincia a chiedersi quanto dev’essere scomodo dormire sugli spalti di uno stadio e usare i cessi collettivi ogni giorno della vita normale. E poi le persone pensano che questo posto sicuramente non esiste per cinquanta settimane all’anno, lo gonfiano a metà giugno e lo ripiegano per metterlo nell’armadio all’inizio di luglio.
Invece no. Nel borough di Merton ci vivono persone che fanno all’amore, mangiano e bevono durante tutto l’anno solare. Salgono la collina, che viene registrata come nome per la prima volta nel 950 dopo il cristo come Wunemannedunne che pare significasse qualcosa del tipo “la collina dove Winebeald viveva” cambiando continuamente fino al 1211 quando appare per la prima volta il nome attuale. Poi prendono la tube verso il centro, lavorano, tornano e baciano la moglie e i bambini prima di sedersi nel giardino a cullarsi nella brezza serale e magari chiudono gli occhi sognando di vivere in chissà quale altrove.
 
Detto questo però non possiamo prenderci in giro per troppo tempo perché Wimbledon è, in effetti, “il tennis”, ma è anche L’Inghilterra. E’ una parte di quella meravigliosa composizione sportiva creata dal popolo britannico che delizia il mondo intero tutto quanto.
Potresti vivere duemila anni sull’isola senza mai cogliere lo spirito britannico se non vai su quella collina meridionale. Puoi citare Winston Churchill, ascoltare il discorso della Regina a natale, alzarti in piedi quando suona l’inno che dio la salvi, ma non avrai mai capito cos’è questo posto a nord ovest dell’Europa senza un’esperienza in questo luogo che volge all’occidente meridionale della città.
 
Tutti conosciamo bene l’inclinazione al rispetto delle regole degli inglesi e la loro naturale tendenza a creare code ordinate. Abbiamo presente quelle che si formano alle fermate dei bus, in banca e in posta. Ma queste non sono che degli schizzi. Banali abbozzi a matita grassa di quello che è il grande capolavoro artistico finale: La coda di Wimbledon.
Questa è un’esperienza in se che va oltre l’evento sportivo. Qui non si vendono i biglietti via internet, non c’è alcuna prevendita (eccetto quello che riguarda la Centre Court e la Court 1) tutti i biglietti vengono venduti il giorno stesso. Così la media di attesa in questa lunga teoria di persone è, approssimativamente, di quattro ore. E questo tutti lo sanno, ed è per questo che non si assiste a nessuna scena di isteria. Tutto è regolato, preciso, scorrevole. Le persone si organizzano. Portano ceste di vimini per il pic-nic. Libri, sedie, cappelli chiari in paglia, vestiti di lino. Si lasciano scorrere le nuvole sopra la testa a segnare lo scorrere del tempo e l’evolversi della tua esperienza. Si, perché questa è la più importante delle esperienze qui: fare la coda. Il comportamento dell’uomo in fila è rigidamente regolato da una serie di disposizioni che gli steward ti recapitano a mezzo di libretto illustrato e solo dopo, passate il primo paio di ore vieni omaggiato dell’ adesivo che recita “I’ve been in the queue to see the 2008 Wimbledon tennis championship” .
 
Quel che resta dopo la coda è un bel po’ di buon tennis, la consapevolezza di un torneo giocato per la prima volta 132 anni fa, il prato verde dei campi che ti chiedi come si faccia a raggiungere un risultato così perfetto, sicuramente occorrono secoli di esperienza in giardinaggio applicato, le fragole con la panna, i litri di Pimms bevuti in tutti quei bar che trovi all’interno del circolo e i giudici di linea vestiti come in un film di James Ivory.
Poi arriva la sera che allunga le ombre delle reti sui campi e la magia finisce. Le migliaia di persone che hanno accomunato la tua esperienza cominciano a muoversi verso l’esterno, verso i trasporti che riporteranno tutti verso la città reale, quella che da il lavoro per vivere e guadagnare i soldi che tu potrai nuovamente spendere qui il prossimo anno, quando gonfieranno ancora questo sogno…
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categoria: places, london, tennis


12/06/2008

per carità di patria

Adoro i tornei in cui giocano le nazionali di calcio, dove uno che allena è costretto a pescare da quello che gli offre il mercato sotto casa, tranne tentare il trucco dei tre passaporti e, magari, riuscire a portare a casa qualcosa di sfrodo. Non mi danno neppure troppo fastidio tutte quelle persone che hanno un interesse per il football pari al mio per l'entomologia e poi, d'un tratto, si mettono a discorrere dottamente sul modulo o la scarsità tecnica del centrale difensivo svizzero. La cosa stramba che non riesco a fare è di sostenere quella che, per conformità di passaporto, dovrebbe essere la mia squadra.

A dire la verità non ci ho mai speso grossi sforzi, ho sempre avuto un rapporto molto conflittuale con la nazione dove sono nato e con il suo modo di giocare e gestire il calcio (non me la sento qui di usare la parola football, è un termine troppo aulico). Perchè dovrei tenere una squadra che rappresenta una nazione corrotta, nepotista, governata dal braccio armato mafioso e da quello sacro ed oscurantista della chiesa? Una nazione con un dna fascista che vive anelando l'uomo forte?

Però, dice, qui si parla di calcio, mica di politica o cultura. Già, bravo. Perchè, secondo te, io sono uno di quei tizi che dividono le cose? Non credo sia vero e, se anche lo fosse non ho abbastanza senso critico per separare le due cose. Tutto si tiene. Ma se pure tentassi di fare questo esercizio, di nuovo, come potrei sostenere una squadra la cui federazione di appartenenza è gestita dagli stessi nomi di duecento anni fa? Dai Matarrese, i Carraro? Da antennisti calvi e ferrovieri in disuso. Che esprime un campionato corrotto, che fa capitano uno dei maggiori inquisiti di questo sistema che dopo, come direbbero oltretevere, viene colpito dal fulmine di Zeus e costretto a spostarsi a forza di stampelle. E basta, anzi no. Potrei pure passar sopra tutte queste cose solo che mi viene in mente un altro nome: Materazzi. Fino a quando gente così pesta l'erba dei campi di gioco dello stivale il calcio, lì, non potrà mai essere chiamato football. Però sono un individuo aperto alla discussione e, se qualcuno riesce a darmi anche un solo motivo per tifare questa squadra, beh, potrei prenderlo in considerazione.

postato da olut alle ore 22:24 | Permalink | commenti (21) / commenti (21) (pop-up)
categoria: patriottismo, futbol


05/06/2008

london paper no. 24

Bisogna meritarsele le cose, desiderarle, saperle aspettare. Per godere al massimo degli eventi  si deve attendere, anche per lungo tempo. Così oggi, dopo più di una settimana di piogge e cieli grigi ci si è svegliati sotto un cielo azzurro intenso.

Non è casuale che, in italiano, città sia femminile. Le città infatti possiedono insieme quella grazia sensuale e quella ostilità dura che solo le donne possono avere. Oggi Londra si è spogliata delle sue nubi per mostrare di se la parte più gradevole e preziosa, il cielo blu e il sole per fare le ombre più nette. Si è regalata così, senza veli, quasi sfacciata, con il decolté che scendeva vertiginosamente lungo le linee verticali dei grattacieli di Canary Wharf e una gonna corta per esibire le sponde del suo fiume quasi a colori. E' bello questo posto con il sole. E' bella la gente che esce a catturarne ogni raggio, a stendersi sulle panchine, a celebrare una temporanea primavera. Anche il traffico cambia il suo rumore, sembra quasi più rispettoso di quelle centinaia di corpi umani che cercano sollievo per le proprie ossa umide. Oggi a pranzo mi han detto "andiamo a mangiare un panino fuori, bisogna celebrare". "Celebrare cosa?" faccio io nella mia ottusità. "Il sole" mi è stato risposto. In inglese per indicare giornate del genere viene usato l'aggettivo "glorious" che io trovo stupendo. Oggi era un "glorious day".

Tutti cercano di sintetizzare questa luce forte il più possibile perchè tutti sanno che non può durare. Sappiamo già che domani cambierà di nuovo tutto e probabilmente pioverà, forse ci sarà il vento, di sicuro le nuvole scure cambieranno la luce. Così ci rimetteremo a guardare prima di attraversare la strada, cercare passaggi coperti e assicurarsi di aver messo l'ombrello pieghevole dentro la borsa e ricominceremo ad aspettare con pazienza. Perchè lo sappiamo bene che dovremo soffrire un bel pò ma dopo, alla fine, arriverà di nuovo. Ci sveglieremo un mattino e sarà un "glorious day"

postato da olut alle ore 23:16 | Permalink | commenti (12) / commenti (12) (pop-up)
categoria: london


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