23/04/2008

trust the skipper

"Chelsea realise they are in for a tough game at Stamford Bridge, we've done it so many times before in these sort of ties. We never say die, that's something we've got within us."
 
Certi risultati ti fan rimanere male. Non per il punteggio in se, ma per come tutto succede. Specialmente quando ti stavi quasi rilassando, e c’era l’ultimo secondo e la palla andava verso uno rosso e tutto sembrava scritto e controfirmato.
Era parecchi mesi che non mi succedeva d’incazzarmi così per una partita. Ma poi non è neanche vero, mica ero incazzato. Ero basito, uguale a come quando ho letto la notizia dell’esonero.
E poi col Toro ci ho fatto una specie di callo, un pareggio a occhiale quest’anno è una cosa che accogli con sollievo. Poi un campionato ha tante partite, c’è sempre una possibilità di redenzione, un’altra prova, una domenica ulteriore, probabilmente senza gol da parte nostra ma vabbè...
Certe altre partite scavano il risultato nella memoria e, anche se ti provi a non pensartele, ogni tanto rispuntano fuori a pungerti nel ricordo. E mi sa che quella di ieri farà parte della serie. Pensavi che diventasse tutto facile e poi tutto si complica maledettamente e diventa parecchio difficile.
Poi stamattina sul giornale leggo quella dichiarazione di StevieG, e mi sono pensato che quello è un vero capitano e forse anche Valentino pensava o diceva cose simili e poi si tirava su le maniche della maglia. Allora ho capito che sarà terribile ma che si può entrare nel silenzio di tomba che è lo stadio degli innominabili e ribaltare la storia, fare capire che avere la vista su Fulham Road non basta a passar semifinali e se i russi  vorranno andare a Mosca dovranno pagarsi il biglietto, che di fronte avranno una squadra che giocherà al football, insomma.
Non lo diciamo mica noi, lo dice il Capitano.
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categoria: liverpool, futbol


17/04/2008

paura non abbiamo... o no?

Domani è venerdì. se ci va di culo non dovrebbe succedere più niente, almeno fino a domenica sera.
Non posso dire che non mi ricorderò questi sette giorni. Già domenica aspettavo qualcosa di brutto ma speravo che fosse almeno preceduto da un pareggio. Mica molto di più. Mi bastava il pollo alla cacciatora nello scantinato del signor Grilli a farmi venire l’acidità di stomaco. Lui e il vino rosso in caraffa, quel vino con il sapore assolutamente indefinibile e la schiumetta in superficie che gli da quell’apparenza di fintafreisa. Invece no. Niente pareggio, i fratelli ci hanno grigliato.
Poi quello che sarebbe successo il lunedì già si sapeva. Magari non se ne intuivano le proporzioni, o io non ci arrivavo o forse me ne sono soltanto rimasto vigliaccamente nascosto oltre il canale distillando banali ironie sulla natura italiota. Fatto stà che ad abitare qui mi sono risparmiato un bel po’ di menate assortite anche perché, toccando il fondo della mia codardia, mi sono autoimposto di informarmi sulle elezioni solo attraverso la stampa locale. Diffatti, a un certo punto, le mie fragili idee sono diventate ancora più confuse non capendo più se stavo leggendo dell’Italia o dello Zimbawe. No no, il tizio non era di colore, indossava una giacca doppiopetto blu (almeno credo) e non portava occhiali, almeno al momento.
Ma poi? Quell’altra mica me l’aspettavo. Il bel mattino dopo che mi sveglia mi porta la notizia dell’esonero di WAN. E ancora non era tutto perché mi mancavano quelle poche righe prima di arrivare al nome del sostituto. Non ho provato niente. Solo un immenso senso di vuoto. Non avevo nemmeno la voglia di mettermi a capire. Mi sono messo a lavorare.
Poi però i pensieri girano e ti vengono in mente delle cose. Così ho cominciato e rimuginare un parallelo senza convergenze. In fondo il futbol italiano assomiglia maledettamente alla politica. Si taglia l’ici, si cambia l’allenatore, perché le masse hanno bisogno di soluzioni semplici da comprendere fottendosene delle conseguenze sui comuni e sulle squadre di calcio. E poi al popolo, a strisce e pure no, non faceva neppure tanto schifo Moggi e i suoi sistemi, anzi lo ammiravano, e neppure tanto segretamente. La furbizia nello stivale paga, e pure bene. 
E il nostro? Il presidente del TFC intendo, cos’è? Non è un allievo di quell’altro al governo? Non ha quella stessa personalità invadente e accentratrice del loffio? E se non ci fosse lui? Ci sarebbe un altro uguale preciso che fa, disfa, costruisce e distrugge chè tanto i soldi sono suoi e ci fa il cazzo che gli pare. Sei tu il coglione che perde il suo tempo a tifare.
Ma poi mi sono fermato e non ho più pensato perché mi stava risalendo il pollo della domenica. Mi sono alzato e mi son fatto un te, nero, senza zucchero. Tornando verso la mia scrivania mi son messo a chiacchierare con un mio collega su un progetto su cui stava iniziando a lavorare. Una fabbrica di gelati in Azebaijan. Mi son seduto, ho guardato la marea che saliva riempiendo lentamente il fiume e mi sono finalmente rilassato. Tanto a domenica mancano ancora tre giorni…
postato da olut alle ore 22:30 | Permalink | commenti (7) / commenti (7) (pop-up)
categoria: futbol, politica spicciola


13/04/2008

London Paper No. 22

Siamo esseri che vivono appesi al filo dei  ricordi. Certe volte abbiamo bisogno di girarci indietro e risalire come salmoni la corrente.
La mia storia in questo posto è sottile come fogli di carta trasparente che coprono nemmeno diciotto mesi. Tempo divisibile per tre.
Così, per ricordarmi quello che ho fatto l’ultimo anno, oggi, sono salito al villaggio di Highgate.
Il sole intermittente e il vento misto a pioggia della primavera britannica ritmavano il pomeriggio. Il parco e la città di sotto sono ancora lì con le panchine e le iscrizioni a ricordare persone passate. Guardi in basso e vedi il vibratore di St. Mary Axe, poi St. Paul, Barbican e, dopo, il cielo grigio del sud. Poi deve esserci altro, ma si perde nella foschia…
La discesa del ritorno è un passaggio dalle case pubbliche.
Dopo le sedi delle associazioni degli amici delle arti c’è un pub con i vetri innervati da barre di piombo. Tu entri e siedi di fronte alle finestre. Il sole del tardo pomeriggio entra diagonale sulle pedate della scala in legno scuro. Le persone conversano quasi sussurrando…
Poi, più giù, il “Wrestlers”. Il camino di fuoco vero acceso. La bitter appena fresca fra le mani, il profumo di legna. Il ragazzo che si ricorda cosa bevi e ti fa sentire al sicuro. C'è bisogno di appartenere a qualcosa certe volte. Intanto guardi dai vetri e  pensi a una casa che non sai neppure dov’è.
Ma qualcuno che ti tiene in mente c’è ancora, per ora, e tu per questo sei vivo. Così si scende più giù. C’è un posto che vende kebab. Ci ha i tavoli in fòrmica e le sedie di plastica verde.
Fuori c’è Archway road, la strada non è un granchè ma porta verso il mio posto, e questo è abbastanza. Almeno per questa sera.
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categoria: london


04/04/2008

London paper No.21

Alla fine l’ho fatto. Ci è voluto un po’ di tempo però poi è successo.
Me lo avevano già detto al colloquio, poi nell’induzione al primo giorno di lavoro.
“Ci abbiamo la palestra al piano terra. Se desideri ti ci puoi iscrivere, fanno trenta pound all’anno”
“Mica molti” penso.
 
Ho i miei tempi io. A Novembre ho valutato le possibilità di frequentare uno di quei posti che mi han sempre schifato solo all’idea. A Dicembre c’era Natale, era tutto un po’ un casino. A Gennaio ho preso la decisione, si invecchia mi dico in me stesso, e allora si va tutti in palestra: io, me e quell’imbelle che sono.
Dunque ho aspettato i saldi, una sottile strategia per risparmiar denari. A Febbraio avevo il corredo sportivo, a Marzo c’è l’equinozio di primavera. Poi è arrivato il primo Aprile. Manco per uno scherzo del destino e mi son ritrovato calzato e vestito nella stanza delle macchine e dei bottoni. Quella con la moquette lilla e gli specchi alla parete lunga.
Io l’ultima volta che ho fatto educazione fisica è stato alle superiori. Facevo la cavallina e il salto in alto, al limite la partita di pallavolo. Una volta la pallamano ma mi son preso un tiro assassino sulla faccia che son rimasto rimbambito una serie di giornate, ma questa è un’altra storia.
 
Comunque ho un  mio programma, cioè, ho le fotocopie. Bisogna che faccia qualcosa per scaldarmi, forse corro. Ci sono delle attrezzature che servono proprio a quello, c’è un nastro che gira e tu puoi correre veloce e per ore senza muoverti da quel punto, come negli incubi peggiori.
Di fronte hai dei numeri che ti dicono quanta strada hai fatto, quanta il tuo cuore o cose così.
Mi posiziono sul tappeto rotante.
Di fianco c’è una tipa che corre come l’uccello di Wile Coyote. Velocissima, costante, le cuffiette con la musica.
Ho davanti una specie di cloche e un cruscotto di bottoni, numeri e led colorati. Devo decidere il programma, la velocità, il tempo, lo spazio, il destino dei miei prossimi minuti...
La macchina comincia a macinare chilometri, e io sopra. Di fronte c’è una tivù, fanno video musicali. Io vado sciolto, non son neppur sudato. Ci sono gli Abba sullo schermo. La macchina dopo aumenta la velocità, e io dietro. Al secondo chilometro comincio a pensare che è meglio se non forzo troppo. Al terzo c’è Marc Almond che canta “Tainted love”.
Sono marcio lurido, la maglietta si è scurita, puzzo come una capra. Fermo il tappeto. Non gira più.
Di fianco a me la tizia continua a correre costante, le cuffiette, la velocità come prima.
Quando il meccanismo si ferma sono un uomo diverso, di sicuro con molta meno birra in corpo e un dolore alle gambe che diventerà piuttosto seccante nei giorni a venire.
Dopo la doccia esco dallo spogliatoio, c’è ancora del rumore nella sala delle macchine, guardo, è la tizia che corre a cadenza immutata.
L’ho trovata anche la seconda volta che ci sono andato. Correva uguale a prima, o forse non si era mai fermata. Era li, costante, le cuffiette, la velocità di due giorni fa…
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02/04/2008

Next stop:Anfield

Ho pensato fino all’ultimo giono di guardarmela in cameretta con i cinesi questa partita. Poi no, la giornata grigia mi ha detto che dovevo vederla al pub di lato, quello solito, in fondo al rettilineo in salita.
Non ci volevo andare principalmente perché vivo in zona Arsenal, pensavo sarei stato uno in mezzo ad altri, ma mi sono quasi abituato a essere straniero, e questo era esserlo due volte. Però il destino, certe volte, crea correnti strane, guida le persone nei posti, le impasta correttamente e così, sotto alla tivù LCD mi trovo seduto fra tizi che hanno l’accento giusto. Facce tirate da nord. Umorismo tagliente, quello che ti viene guardando l’Oceano grigio e i Beatles al Cavern Club...
E poi fuori comincia a piovere, piove anche nella televisione che tanto e lì che ti rimanda le immagini di pochi chilometri a fianco.
Gli arsenali sono squadra narcisa, si specchiano nelle gocce che scivolano giù dai fili d’erba verde fosforescente degli emirati. Fanno volare palloni come gli aquiloni nell’area dei Reds, addirittura si fanno i tiri e se li tolgono dalla porta da soli, e poi non gli danno nemmeno un rigore che,  vabbè, c’era. Eccome.
Ma i rossi stasera neri sono persone che guardano alla ciccia. E’ pura sostanza Stevie Boy quando porta il pallone dove quegli altri non ci arrivano e lo passa all’olandese radente che non ci pensa né uno né due. Ma basta cronaca, chè quella tanto la fanno i giornali, meglio una birra senza gas e guardare le facce.
Ora il pub si è svuotato, almeno di quelli che ci avevano lo stemma col cannone sulla maglietta. Ne rimangono pochi a guardare Souness commentatore dopo la partita. Certi parlano tra loro, certi guardano la ragazza dietro al banco prima di mettersi la giacca e uscire.
Stò lì ancora un poco a rivedermi il passaggio del goal, poi però vado via anche io, che ci ho da scrivere questo…
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