Alla fine l’ho fatto. Ci è voluto un po’ di tempo però poi è successo.
Me lo avevano già detto al colloquio, poi nell’induzione al primo giorno di lavoro.
“Ci abbiamo la palestra al piano terra. Se desideri ti ci puoi iscrivere, fanno trenta pound all’anno”
“Mica molti” penso.
Ho i miei tempi io. A Novembre ho valutato le possibilità di frequentare uno di quei posti che mi han sempre schifato solo all’idea. A Dicembre c’era Natale, era tutto un po’ un casino. A Gennaio ho preso la decisione, si invecchia mi dico in me stesso, e allora si va tutti in palestra: io, me e quell’imbelle che sono.
Dunque ho aspettato i saldi, una sottile strategia per risparmiar denari. A Febbraio avevo il corredo sportivo, a Marzo c’è l’equinozio di primavera. Poi è arrivato il primo Aprile. Manco per uno scherzo del destino e mi son ritrovato calzato e vestito nella stanza delle macchine e dei bottoni. Quella con la moquette lilla e gli specchi alla parete lunga.
Io l’ultima volta che ho fatto educazione fisica è stato alle superiori. Facevo la cavallina e il salto in alto, al limite la partita di pallavolo. Una volta la pallamano ma mi son preso un tiro assassino sulla faccia che son rimasto rimbambito una serie di giornate, ma questa è un’altra storia.
Comunque ho un mio programma, cioè, ho le fotocopie. Bisogna che faccia qualcosa per scaldarmi, forse corro. Ci sono delle attrezzature che servono proprio a quello, c’è un nastro che gira e tu puoi correre veloce e per ore senza muoverti da quel punto, come negli incubi peggiori.
Di fronte hai dei numeri che ti dicono quanta strada hai fatto, quanta il tuo cuore o cose così.
Mi posiziono sul tappeto rotante.
Di fianco c’è una tipa che corre come l’uccello di Wile Coyote. Velocissima, costante, le cuffiette con la musica.
Ho davanti una specie di cloche e un cruscotto di bottoni, numeri e led colorati. Devo decidere il programma, la velocità, il tempo, lo spazio, il destino dei miei prossimi minuti...
La macchina comincia a macinare chilometri, e io sopra. Di fronte c’è una tivù, fanno video musicali. Io vado sciolto, non son neppur sudato. Ci sono gli Abba sullo schermo. La macchina dopo aumenta la velocità, e io dietro. Al secondo chilometro comincio a pensare che è meglio se non forzo troppo. Al terzo c’è Marc Almond che canta “Tainted love”.
Sono marcio lurido, la maglietta si è scurita, puzzo come una capra. Fermo il tappeto. Non gira più.
Di fianco a me la tizia continua a correre costante, le cuffiette, la velocità come prima.
Quando il meccanismo si ferma sono un uomo diverso, di sicuro con molta meno birra in corpo e un dolore alle gambe che diventerà piuttosto seccante nei giorni a venire.
Dopo la doccia esco dallo spogliatoio, c’è ancora del rumore nella sala delle macchine, guardo, è la tizia che corre a cadenza immutata.
L’ho trovata anche la seconda volta che ci sono andato. Correva uguale a prima, o forse non si era mai fermata. Era li, costante, le cuffiette, la velocità di due giorni fa…