18/05/2009

london paper no.36

Ho una durevole storia di affetti con i corsi d'acqua, una storia di lunghe frequentazioni in luoghi e tempi diversi iniziata quando, da bambino, risalivo i torrenti su in montagna. Mettevo qualcosa da mangiare nello zaino e mi arrampicavo su per i sassi bagnati per vedere se riuscivo a raggiungere la sorgente. Mi piaceva il rumore dell'acqua che picchiava violenta contro le rocce e si buttava dentro alle pozze gelate. Volevo fare il "risalitore di fiumi" quando ero bambino, l'ho voluto fare fino a quando ho scoperto che era un mestiere inesistente e io da ragazzino ero già troppo mediocre per inventare un lavoro nuovo, per quello ho lasciato perdere.
Ma i fiumi no, quelli  hanno continuato a accompagnarmi e quando il montanaro volgare si è inurbato lo ha fatto sulle rive del fiume più lungo dello stivale ma col nome più corto. Potevo stare alla finestra e guardarlo scorrere per ore e seguire i suoi umori: torbidi e gonfi nei mesi che chiudevano l'inverno, aridi e agonizzanti nelle secche dell'estate. E poi tutta l'umanità che si accampava tutto attorno e sull'acqua, lungo le rive a smazzare roba o nel mezzo a vogare. La corrente sempre uguale, da monte a valle a legare altre città e amori di una vita, a allargarsi e formare isole e arenili e poi invecchiare dimenticato dagli uomini che usavano curarlo, gli pulivano le arterie dai detriti e gli guidavano quelle barche che ora stanno lì a marcire sulle rive.
Poi mi sono spostato di nuovo, ri-inurbato, ma più lontano, oltre un braccio di mare. Qui sul fiume non ci abito, troppo difficile, troppo costoso, però ci lavoro così posso coltivare questo rapporto durante tutta la giornata. Gli butto giù un occhio certe volte e controllo in quale direzione scorre. Perchè è diverso, qui il fiume fa all'amore con il mare in quel suo continuo affluire e defluire in sintonia con le maree, come le donne ha umori che variano con il mutare delle fasi lunari. Si svuota fino a lasciare spiagge a orlarlo per miglia ma poi la corrente cambia e risale verso l'interno ruggendo di acque marroni che le barche fanno fatica a navigarci contro e riempie le rive, affoga i pilastri dei ponti e schiaffeggia i sotegni delle banchine.
Io sto li a guardarlo e mi ci faccio cullare i pensieri, lascio che mi indichi il tempo questo fiume,  mi faccia un segnale, mi indichi una via, aiuti una riflessione, ma forse sto solo aspettando che la corrente diventi quella giusta, quella che magari un giorno mi chiamerà a navigarci sopra per riportarmi verso una qualche casa dove ho ancora qualcuno che mi aspetta, qualcuno che ora sta guardando un altro fiume...
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28/04/2009

london paper no.35

Ultravox, Hammersmith Apollo 24/04/2009

Sempre visto solo da fuori questo posto, sempre passandoci di fronte nelle ore diurne. Hammersmith Apollo è un luogo mitico, era chiamato Hammersmith Odeon "Apollo, the God of sun. Odeon, God of...Crisps" (questa non è mia purtroppo). Ho letto di questo posto da quando ero pubescente, prima su Ciao 2001 poi su Rockstar, dopo su quotidiani e riviste sparse. Ci hanno suonato tutti, è inutile pure elencare i nomi. Pensate a un qualsiasi musicista pop rock di un certo talento nato nel ventesimo secolo, comprateci un libro sulla sua vita e vedrete che a un certo punto è andato li a suonare  Hammersmith Apollo sta in uno strano posto per un luogo leggendario, fra un fish and chips e un buco di ristorante messicano, sotto un viadotto che ne taglia la facciata in due. Ma l'abito non fa il monaco (fa l'abito appunto) e un luogo non fa il il luogo. Così, a dispetto del contesto questo e un tempio, e come ogni tempio che si rispetti al suo interno ha un bar, anzi due.
Gli Ultravox sono quel gruppo che magari qualcuno si ricorda ancora e che servono ai vecchi tipo me per rivivere idealmente un tempo che non c'è più. Li ho visti la prima e unica volta a Torino nel 1984 o giù di li. Era un poco dopo la tragedia del cinema Statuto, quelle cose che in Italia servono a far capire che forse c'erano dei problemi nelle strutture aperte al pubblico, infatti dopo, di colpo, non esisteva più nessun luogo che potesse essere considerato sicuro, tutte le strutture avevano bisogno di importanti lavori per la messa in sicurezza. Così per non perdere interessanti occasioni qualcuno si era inventato di montare questo tendone da circo nel prato di fianco alle prigioni "Nuove", non certo un luogo memorabile, piuttosto uno di quegli accrocchi degni della storia italica che fanno di noi un popolo di eroi, santi, navigatori in rete, piduisti, mafiosi e lacchè.
E' un sentimento di tenerezza che volge quasi a una triste malinconia vedere tutti questi ex ragazzi e ragazze, qualcuno ancora con le spillette attaccate al giubbotto di pelle, altri in coppia con prole al seguito, certi con creste che rivelano una calvizie in stato avanzato. Un popolo imbolsito e raggiante riunito per rivedere e riascoltare un pezzo di storia andata della musica che a ricordarne il nome, "new wave", sembra quasi di prendersi amichevolmente in giro.
Anche loro sono inevitabilmente invecchiati. Midge Ure non ha più la basetta affilata e il capello nero impomatato ma si porta in giro la sua pelata come un agiato signore di mezzetà, lui come i compagni, ingrassati dal benessere e dagli anni che sono passati via.
Il concerto non ha sorprese, nessuno le cerca o le vuole, certe volte si cercano solo antiche certezze nella vita, certe volte sentiamo il bisogno di essere rassicurati da qualcuno, e loro questa sera sono qui per questo, e lo fanno in maniera professionale. Ma il tempo è stato inventato per passare e creare ricordi e rimpianti, e anche il tempo standard di questo concerto scivola via e ci lascia soltanto con le nostre memorie. Perchè ora abbiamo capito che, nel ritmare gli anni della nostra vita, il delirio adolescenziale del “time is on my side” è assolutamente ridicolo, piuttosto abbiamo sviluppato l’adulta consapevolezza del “time goes by too soon”. E questo gli Ultravox l’avevano capito già venticinque anni fa.
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10/03/2009

london paper no.34

Il discorso era stato fatto giovedì scorso con una prestazione hollywoodiana del mega direttore londinese che ha alternato abilmente lacrime a notizie terribili. Quindici persone per quest’ufficio significavano il dieci per cento della massa lavoratrice interna. Uno su dieci già, ma chi?“ Saranno fatte valutazioni oggettive personali”. Questo mi tranquillizzava, come no? Il resto erano solo cinque giorni da fare passare prima che il discorso si tramutasse nella telefonata che ti convocava per un colloquio “di sopra”.

 

Questa mattina non ero diverso dal solito. Non una particolare tensione, o forse solo un poco, ma non abbastanza da apparire in superficie. Piuttosto una prospettiva diversa di tutti i luoghi che ho attraversato, come faccio ogni mattina, per raggiungere l’ufficio. Come fossero già distanti, parte di una quotidianità passata e destinati a essere cancellati dalle mie consuetudini giornaliere. Pensavo e camminavo sotto il grigio orizzontale del cielo.

 

La cosa più difficile non è quando ti devi confrontare con te stesso dandoti le risposte che più ti aggradano, molto peggio e doversi paragonare con altre persone che stanno vivendo le tue stesse paure. Si parla poco e sottovoce, è come avere un morto in casa. Poi c’è il contatto silenzioso, le possibilità, lo “spero che non sia tu ma comunque meglio te di me” l’istinto animale di sopravvivenza. Un arma meravigliosa per dividere le persone.

 

NOW this is the law of the jungle, as old and as true as the sky

 

Il sistema è semplice e terribile. Suona il telefono e ti invitano a salire, e tu a quel punto sai che qualcosa cambierà interamente la tua vita e se non hai il piano B sei fottuto. Io non ho un piano B. Guardo il telefono e spero che non suoni anzi, non lo guardo neanche più. Occhieggio intorno piuttosto, così, senza farmi troppo notare.

 

And the wolf that shall keep it may prosper, but the wolf that shall break it must die

 

Le ore passano come melassa pesante, a guardar fuori non riesci neppure a mettere a fuoco St. Paul tra le migliaia di gocce che scorrono sulle vetrate. E più pensi e più ti rendi conto che il lavoro è una merce e non è un tuo diritto acquisito. Ti può essere tolto in ogni momento, o dato, a seconda della richiesta al banco. Lo si vende a peso, le rimanenze si scartano.

 

As the creeper that girdles the tree trunk, the law runneth forward and back

 

Ora si sente qualcuno che singhiozza sottovoce. Rimangono silenziosi quelli che il lavoro ancora ce l’hanno anche se sta scivolando fra le dita rimanendone sempre meno.

Intanto le code per i sussidi di disoccupazione si stanno allungando e in Nord Irlanda sparano. Sembra quasi di essere tornati negli anni ottanta. Mi ridassero almeno i miei vent’anni insieme a tutto questo spurgo.

 

Domani andando al lavoro voglio guardare ancora le facciate degli edifici nella loro normalità. E non voglio passare più, mai più, una giornata come quella che ho passato oggi. Però so che non è vero. Fra tre mesi si ripresenterà la stessa giornata, non proprio lei, la sua nipote quasi estiva della fine del secondo trimestre e qualcuno rimetterà mano ai telefoni mentre tutti si guarderanno intorno silenziosamente cercando di capire dove suonerà il prossimo.

 

For the strength of the pack is the wolf, and the strength of the wolf is the pack

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categoria: lavoro, london, recessione


05/02/2009

london paper no.33

Domenica sera si è presentata quando il cielo ha cominciato a diventare più scuro. Ha iniziato a scendere sulle strade, lentamente. Io stavo con la faccia in su, a seguire le larghe volute dei fiocchi che si posavano sull'asfalto delle strade e sulle pietre dei marciapiedi. E' continuata a cadere per tutta la notte, lenta, costante, metodica, e si è fatta trovare al mattino in una quantità che, dicono qui, non si vedeva da diciotto anni.

Quando sono uscito ho trovato la città quasi deserta, senza rumori, e quei pochi che cerano smorzati dal bianco che aveva riempito le strade e i giardini. Non circolavano i bus (pare che neppure la Luftwaffe durante il blitz sia riuscita a bloccare completamente il loro servizio), quasi assenti le auto. Le poche persone che incontravi lungo il tragitto verso l’ufficio camminavano con un’aria fra il confuso e l’incantato, cercando di capire cosa sarebbe accaduto dopo. Già, perché la neve aveva cambiato tutto, e quello che era dato per scontato poche ore prima diventava completamente incerto in quelle a venire. Londra è rimasta immobile per tutta una giornata dimenticando l’angoscia produttiva quotidiana e lasciando la sua gente a far rotolare sfere di neve che si ingrossavano diventando pupazzi.

Dicono che questa nevicata sia costata all’economia più di tre bilioni di pound. A parte che non so quanto sia un bilione ma poi se provo a chiedermi cosa possa significare quella cifra scopro che la mia felicità non è così intimamente legata al valore del prodotto interno lordo e probabilmente è stato così anche per migliaia di altre persone che hanno vissuto in un mondo completamente diverso per qualche ora.

Ora la pioggia che cade sta sciogliendo quello che resta in scure pozzanghere rigate dagli arcobaleni degli olii minerali, il suono dei motori a scoppio riverbera sulle superfici nude  e di quel periodo limitato della nostra vita rimargono solo le foto nelle macchine digitali e gli articoli dei giornali , allarmati per le “avverse” condizioni atmosferiche. Li leggo, sorrido e non riesco a ricordare situazione così favorevole da tanto, ma proprio tanto, tempo…

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categoria: neve, london


27/01/2009

london paper no.32

Non ci sono più juke boxe nei bar, quelle macchine meccaniche che suonavano musica a richiesta. Una moneta, due canzoni. Io ci ho scoperto la musica con quegli aggeggi, erano grandi come i comò delle camere da letto, illuminati come alberi di natale, colorati come le camicie degli americani.

Non sapevo ancora leggere, o forse stavo appena imparando. E’ che sono cresciuto nei bar, guarda il destino certe volte. Mio nonno ne ha gestiti alcuni, col biliardo, con il lago e la pesca alla trota e la pista di pattinaggio d’inverno, mia madre l’aiutava dietro al banco o alla cassa. Io ero in quell’età che a definirti giovane ti fa già troppo vecchio, iniziavo a imparare le lettere dell’alfabeto “A come albero, B come bistrò” o qualcosa del genere, andavo a scuola col grembiulino nero, e tutte le etichette colorate sotto la cupola trasparente di plexiglas, quelle con i titoli delle canzoni accanto alla combinazione lettera-numero della selezione, riuscivo a riconoscerle per i piccoli disegni che avevano sopra. Quelle dei Beatles avevano le loro teste sul lato sinistro, credo fossero azzurre, o gialle, ma forse ho dimenticato il loro vero colore. Mi facevo dare la moneta da mia madre e stavo a ascoltarle, “così cantano in quattro” pensavo.

Poi c’era la gente del bar, gli avventori. Alcuni passavano davanti al cubone e non si fermavano. Altri stavano un poco a guardarlo, cercavano la moneta nella tasca, la infilavano nella fessura di lega metallica e selezionavano i brani. Io stavo lì, ascoltavo, imparavo i pezzi.

Ogni qualche settimana passava il tecnico, di solito nelle ore di morta del mezzo pomeriggio. C’eravamo io e mio nonno. Arrivava con una cassetta piena di quarantacinque giri, le etichette promozionali “disco non in vendita” e gli artisti spaiati sulle due facciate. La parte migliore stava nel fatto che tutti i dischi che avevano esaurito la loro vita commerciale erano eliminati dal tizio, venivano messi in borse di plastica, quelle per la spesa, e quindi dati a me perchè li suonassi nel mio Lesa verde e bianco.

Ho accumulato un’enorme quantità di dischi continuando a tenerli nei sacchetti, senza nessuna custodia, La qualità ne ha sofferto parecchio.

Mi chiudevo in camera e li infilavo nel mio mangiadischi asmatico, immaginavo di mettere i dischi alla radio, li annunciavo, raccontavo storie agli ascoltatori inesistenti, lo facevo per coprire il silenzio imbarazzante fra un disco e l’altro. La tecnologia della mia emittente era piuttosto basilare.

Ora tutti quei dischi non li ho più, non ho più nemmeno il giradischi a ingoio. Juke box in giro nei posti non ce ne sono rimasti e fuori piove. Meglio vada a dormire…

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categoria: infanzia


14/12/2008

london paper no. 31

Il senso viscoso della recessione ci si è incollato addosso, tutto quello che era fino a dodici mesi fa si stà dissolvendo nella lettura dei giornali e nell'ascolto quotidiano delle notizie.
Non essendo mai stata mia l'idea di vincere il premio Nobel per l'economia lascerò a altri l'onore e l'ònere di spiegarci il perchè di questo sviluppo delle dinamiche economiche. Noi si sta solo qui come gli autunni degli alberi sulle foglie (qualcosa del genere) a non poter fare altro che lavorare fino a quando la tua carta magnetica ti consentirà di entrare nel palazzo per uffici dove ti guadagni la minestra.
Il posto dove lavoro è un grande spazio aperto con tutte le scrivanie disposte per file parallele. Di fianco all'area comune c'è un pannello dove sono attaccate con spilli le fotografie di ogni persona che occupa quell'area al nono piano. Ricordo la tizia che mi chiese di sorridere per farmi una polaroid istantanea, come negli anni ottanta, dopo ci ho dovuto scrivere sopra il mio nome e un aggettivo che qualificasse la mia personalità ai colleghi. E' una specie di antologia di Spoon river di persone, per ora, vive. Una serie di immagini che si sta riducendo settimanalmente, la serie di righe ben incolonnate di un anno fa adesso è una specie di mosaico con molti pezzi mancanti. Lyndon era "eager", Phil "enthusiast", Rebekka "interested ". Gli spazi vuoti fra le fotografie sono sempre più evidenti. A un certo punto dovranno dire a qualcuno di risistemare il pannello, chè questi buchi fra le facce compromettono il morale della truppa.
E così ce ne andiamo a chiudere questo anno senza sapere, ma, perchè no, certe volte anche senza volerlo sapere, cosa cazzo ci riserva il futuro più prossimo, ché quello remoto è vitale ignorarlo.
Dietro il buio di questo pomeriggio domenicale, che è diventato notte prematura, ci aspetta l'ultima settimana prima dell'orgia cristiana della nascita. Poi?
Quest'anno staremo molto attenti, limonando sotto il vischio, a esprimere il desiderio nella nuova mezzanotte. Saremo umili e utilitaristi...

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categoria: london, recessione


23/11/2008

london paper no.30

Jimmy's bar è una baracca gialla sotto il ponte che porta i treni a Waterloo East. C'è un'impalcatura sull'altro lato della strada, stanno facendo dei lavori alla struttura. Io mi fermo in quel luogo quando sento un irresistibile richiamo alla britannicità da strada, (britishness suona meglio, ma mica lo posso usare no?). Un richiamo alle usanze nutrizionali dell'Isola.
Jimmy, o chi per lui, ti serve salsicce, bacon sandwich, te, caffè e varie cose altre. Ci si ferma di fronte, sotto questo ponte che incunea il vento gelido che arriva da est, con il traffico di bus e taxi alle spalle e  si ordinano cose che vengono fritte sulla piastra...
Alle volte mi domando come ci si debba sentire a lavorare in una specie di furgone senza ruote, giallo, sotto questo ponte, con il rumore dei bus e dei martelli pneumatici.
Ma tu non lavori lì. Sei fuori, in piedi nel vento orientale, aspetti il bacon sandwich.
"Any sauce?"
"Brown sauce please"
"Here we go! One eighty please"
Il sacchetto di carta marrone, il cibo caldo di dentro. Ora si può camminare verso il ponte e attraversare il fiume...
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17/11/2008

london paper no.29

Sabato era il quindici di Novembre. Sono arrivato in questa città lo stesso giorno di due anni fa, credo fosse un giovedì ma potrei sbagliarmi. Non sapevo quanto mi sarei fermato, probabilmente non  so neppure ora per quanto rimarrò mentre guardo questo cielo pomeridiano di colore notte scura che quasi non distingui i contorni delle nuvole nere. Lascio trascorrere i giorni aspettando che le cose migliorino. Sento il tempo passare aspettando di poter riannodare la mia esistenza quotidiana con la compagna della mia vita. In questi ultimi ventiquattro mesi la mia aspirazione massima è diventata quella di avere una vita normale, una serie di gesti abituali da dividere in due. Una casa ordinaria da non dover spartire con nessuno se non con lei, magari un giardino coperto di brina il mattino, dei fili per stendere la roba lavata, un capanno per tenerci i rottami accumulati dall'esistenza.
Ma le cose non sono semplici, non ci sono svolgimenti elementari dei fatti. Il mattino la radio ricorda che questa recessione sarà peggiore di quanto si pensasse pochi mesi fa. Saranno più di tre milioni i disoccupati, uno su dodici qui nel sud-est. Pare vedrò dal vero Inghilterra raccontata nei film di Loach, sembra proprio che ci stanno risucchiando in un vortice creato da qualcuno che sicuramente ora è in salvo sulla terra ferma, mentre noi cerchiamo di remare sulle nostre barche di carta. E non possiamo tornare a riva ora, la terra è lontana, dobbiamo galleggiare su queste acque scure verso l'inverno buio,  tenere i pensieri tristi per le giornate più brevi, aspettare una cazzo di alba che non lasci l'umidità della notte sui vetri delle nostre finestre e poter accendere la radio un mattino per sentire che siamo guariti.
Ma niente può essere risolto, nessun vaso viene riparato senza dover prendere dei pezzi da altri, che rimarranno solo dei  cocci da buttare in una discarica abusiva. Ma da esseri umani continuiamo ostinati a camminare, quale che sia vento. Ci aggrappiamo alle corde delle nostre ipotesi, avanziamo proteggendoci con i nostri pensieri. Possiamo mica fermarci, ci si gelerebbero i piedi...

Now is the winter of our discontent
Made glorious summer by this sun of York
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categoria: london


05/11/2008

london paper no.28

E' di nuovo la notte di Guy Fawkes, quella che piove sempre e l'umidità ti entra nelle ossa. Così si cerca di scaldare il cielo con i fuochi di artificio come ci ha provato il cattolico traditore  quattrocento e tre anni fa cercando di illuminare Londra con il falò di Westminster.
Ma è anche la notte dopo delle elezioni di laggiù, all'ovest dell'oceano Atlantico, quelle che tutte la nazioni del mondo seguono, chi perchè gli brucia il culo chi perchè ha transazioni in sospeso o, ancora, aspetta la carità dello zio ricco. Attendono e seguono nello stesso momento che sono momenti diversi. Sono colazioni, pranzi, cene o notti insonni a seguire l'andazzo della massa votante media statunitense. Già, perchè la terra è rotonda e non viviamo tutti nella stessa ora, il tempo è soggettivo, spaziale. Serve a vendere orologi. Ci sono luoghi dove il tempo scorre e altri, come certi stati del sud che  usavano chiamare confederati, dove le lancette si sono fermate a cento anni fa, incrostate nelle ragnatele del provincialismo imperiale. Ma meglio è non approfondire, teniamoci sul semplice, sono americani.
Ci ho discusso solo un paio di volte di politica con della gente di laggiù. Da dimenticare. Però ho sentito un bel pò di trasmissioni con classico contenuto d'intervistati a caso che non riuscivano a andare oltre a quello che in altri terzi mondi si sintetizzava, e purtroppo lo si fa ancora, con le tre parole magiche "dio, patria e famiglia". Così teniamoci sul semplice con loro.
Certe volte mi vien da sorridere quando sento persone che ritengono quel paese essere faro di democrazia e civiltà. Strano, perchè a me nei fari civili mi è sempre parso strano ci fossero sedie elettriche o vendite all'ingrosso di armi e un'associazione che ne sdogana moralmente il commercio , e qui rido perchè mi viene in mente una citazione memorabile:
"The National Rifle Association says that, "Guns don't kill people, uh, people do." But I think, I think the gun helps. You know? I think it helps. I just think just standing there going, "Bang!" That's not going to kill too many people, is it? You'd have to be really dodgy on the heart to have that. "
Ma tanto che si discute a fare, gli americani sono elementari, teniamoci sul semplice.
Questa notte poi, perchè qui sull'Isola era notte, ma anche in altri posti lo era, succede che le elezioni eleggano una persona diversa. Succede che venga nominato presidente un signore afro-americano, un nero dall'eleganza impeccabile e dall'eloquio perfetto. Così pensi che magari erano stufi di girare il mondo e dover dire che erano canadesi solo perchè un cameriere non gli sputasse nel piatto, o forse sono veramente così naif da pensare che credere ancora in un sogno, anche se causato da una cena pesante, possa valere la pena di un cambiamento, e ci hanno provato. E per questo, forse, che la maggioranza di un popolo ha deciso di cominciare a modificare il corso della propria Storia.
Ma forse "modificare il corso della Storia" suona troppo complicato. Sono americani, teniamoci sul semplice...
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04/10/2008

london paper no.27

Ottobre. Sabato pomeriggio. C'è un vento britannico appena fuori dalla mia finestra, un vento che porta via le foglie dagli alberi. Guardo nei giardini sei piani di sotto. Un uomo con un piccolo cane bianco al guinzaglio taglia lo spazio in diagonale. Una coppia di adolescenti, lei seduta sulla panchina, lui in piedi di fronte, parlano, le biciclette appoggiate di fianco. Un ragazzo esce dal palazzo di fronte diretto verso la sera di questa giornata che a malapena illumina la mia stanza.  Alle sette comincerà a piovere, le previsioni del tempo sono così precise qui. Ma allora sarà buio e non potremo vedere le gocce cadere dal cielo nero. Sabato pomeriggio, ottobre, guardo la vita che passa di sotto...

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