30/06/2008

places 02 Wimbledon

wimbledonWinblendon sta laggiù, in un angolo del sud ovest di Londra dove la città non è ancora Surrey ma già abbastanza lontana da se stessa da dimenticarsi del proprio fragore.
Quando sei nella high street del borgo e ti volti verso nord puoi vedere tutta la distesa di case che ti porta verso il west end e, se lo fai di notte potrebbe quasi sembrare una los angeles di film dozzinali americani non fosse che qui non c’è l’Oceano e là non guidano a sinistra.
Ma questo posto sarebbe solo un luogo quasi insignificante nella geografia mondiale se non avessero inventato il tennis e il club dove giocarlo. Wimbledon, nell’immaginario collettivo, è la “Centre court” che se tu dici “abito a Wimbledon” l’uomo medio della crosta terrestre comincia a chiedersi quanto dev’essere scomodo dormire sugli spalti di uno stadio e usare i cessi collettivi ogni giorno della vita normale. E poi le persone pensano che questo posto sicuramente non esiste per cinquanta settimane all’anno, lo gonfiano a metà giugno e lo ripiegano per metterlo nell’armadio all’inizio di luglio.
Invece no. Nel borough di Merton ci vivono persone che fanno all’amore, mangiano e bevono durante tutto l’anno solare. Salgono la collina, che viene registrata come nome per la prima volta nel 950 dopo il cristo come Wunemannedunne che pare significasse qualcosa del tipo “la collina dove Winebeald viveva” cambiando continuamente fino al 1211 quando appare per la prima volta il nome attuale. Poi prendono la tube verso il centro, lavorano, tornano e baciano la moglie e i bambini prima di sedersi nel giardino a cullarsi nella brezza serale e magari chiudono gli occhi sognando di vivere in chissà quale altrove.
 
Detto questo però non possiamo prenderci in giro per troppo tempo perché Wimbledon è, in effetti, “il tennis”, ma è anche L’Inghilterra. E’ una parte di quella meravigliosa composizione sportiva creata dal popolo britannico che delizia il mondo intero tutto quanto.
Potresti vivere duemila anni sull’isola senza mai cogliere lo spirito britannico se non vai su quella collina meridionale. Puoi citare Winston Churchill, ascoltare il discorso della Regina a natale, alzarti in piedi quando suona l’inno che dio la salvi, ma non avrai mai capito cos’è questo posto a nord ovest dell’Europa senza un’esperienza in questo luogo che volge all’occidente meridionale della città.
 
Tutti conosciamo bene l’inclinazione al rispetto delle regole degli inglesi e la loro naturale tendenza a creare code ordinate. Abbiamo presente quelle che si formano alle fermate dei bus, in banca e in posta. Ma queste non sono che degli schizzi. Banali abbozzi a matita grassa di quello che è il grande capolavoro artistico finale: La coda di Wimbledon.
Questa è un’esperienza in se che va oltre l’evento sportivo. Qui non si vendono i biglietti via internet, non c’è alcuna prevendita (eccetto quello che riguarda la Centre Court e la Court 1) tutti i biglietti vengono venduti il giorno stesso. Così la media di attesa in questa lunga teoria di persone è, approssimativamente, di quattro ore. E questo tutti lo sanno, ed è per questo che non si assiste a nessuna scena di isteria. Tutto è regolato, preciso, scorrevole. Le persone si organizzano. Portano ceste di vimini per il pic-nic. Libri, sedie, cappelli chiari in paglia, vestiti di lino. Si lasciano scorrere le nuvole sopra la testa a segnare lo scorrere del tempo e l’evolversi della tua esperienza. Si, perché questa è la più importante delle esperienze qui: fare la coda. Il comportamento dell’uomo in fila è rigidamente regolato da una serie di disposizioni che gli steward ti recapitano a mezzo di libretto illustrato e solo dopo, passate il primo paio di ore vieni omaggiato dell’ adesivo che recita “I’ve been in the queue to see the 2008 Wimbledon tennis championship” .
 
Quel che resta dopo la coda è un bel po’ di buon tennis, la consapevolezza di un torneo giocato per la prima volta 132 anni fa, il prato verde dei campi che ti chiedi come si faccia a raggiungere un risultato così perfetto, sicuramente occorrono secoli di esperienza in giardinaggio applicato, le fragole con la panna, i litri di Pimms bevuti in tutti quei bar che trovi all’interno del circolo e i giudici di linea vestiti come in un film di James Ivory.
Poi arriva la sera che allunga le ombre delle reti sui campi e la magia finisce. Le migliaia di persone che hanno accomunato la tua esperienza cominciano a muoversi verso l’esterno, verso i trasporti che riporteranno tutti verso la città reale, quella che da il lavoro per vivere e guadagnare i soldi che tu potrai nuovamente spendere qui il prossimo anno, quando gonfieranno ancora questo sogno…
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12/06/2008

per carità di patria

Adoro i tornei in cui giocano le nazionali di calcio, dove uno che allena è costretto a pescare da quello che gli offre il mercato sotto casa, tranne tentare il trucco dei tre passaporti e, magari, riuscire a portare a casa qualcosa di sfrodo. Non mi danno neppure troppo fastidio tutte quelle persone che hanno un interesse per il football pari al mio per l'entomologia e poi, d'un tratto, si mettono a discorrere dottamente sul modulo o la scarsità tecnica del centrale difensivo svizzero. La cosa stramba che non riesco a fare è di sostenere quella che, per conformità di passaporto, dovrebbe essere la mia squadra.

A dire la verità non ci ho mai speso grossi sforzi, ho sempre avuto un rapporto molto conflittuale con la nazione dove sono nato e con il suo modo di giocare e gestire il calcio (non me la sento qui di usare la parola football, è un termine troppo aulico). Perchè dovrei tenere una squadra che rappresenta una nazione corrotta, nepotista, governata dal braccio armato mafioso e da quello sacro ed oscurantista della chiesa? Una nazione con un dna fascista che vive anelando l'uomo forte?

Però, dice, qui si parla di calcio, mica di politica o cultura. Già, bravo. Perchè, secondo te, io sono uno di quei tizi che dividono le cose? Non credo sia vero e, se anche lo fosse non ho abbastanza senso critico per separare le due cose. Tutto si tiene. Ma se pure tentassi di fare questo esercizio, di nuovo, come potrei sostenere una squadra la cui federazione di appartenenza è gestita dagli stessi nomi di duecento anni fa? Dai Matarrese, i Carraro? Da antennisti calvi e ferrovieri in disuso. Che esprime un campionato corrotto, che fa capitano uno dei maggiori inquisiti di questo sistema che dopo, come direbbero oltretevere, viene colpito dal fulmine di Zeus e costretto a spostarsi a forza di stampelle. E basta, anzi no. Potrei pure passar sopra tutte queste cose solo che mi viene in mente un altro nome: Materazzi. Fino a quando gente così pesta l'erba dei campi di gioco dello stivale il calcio, lì, non potrà mai essere chiamato football. Però sono un individuo aperto alla discussione e, se qualcuno riesce a darmi anche un solo motivo per tifare questa squadra, beh, potrei prenderlo in considerazione.

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05/06/2008

london paper no. 24

Bisogna meritarsele le cose, desiderarle, saperle aspettare. Per godere al massimo degli eventi  si deve attendere, anche per lungo tempo. Così oggi, dopo più di una settimana di piogge e cieli grigi ci si è svegliati sotto un cielo azzurro intenso.

Non è casuale che, in italiano, città sia femminile. Le città infatti possiedono insieme quella grazia sensuale e quella ostilità dura che solo le donne possono avere. Oggi Londra si è spogliata delle sue nubi per mostrare di se la parte più gradevole e preziosa, il cielo blu e il sole per fare le ombre più nette. Si è regalata così, senza veli, quasi sfacciata, con il decolté che scendeva vertiginosamente lungo le linee verticali dei grattacieli di Canary Wharf e una gonna corta per esibire le sponde del suo fiume quasi a colori. E' bello questo posto con il sole. E' bella la gente che esce a catturarne ogni raggio, a stendersi sulle panchine, a celebrare una temporanea primavera. Anche il traffico cambia il suo rumore, sembra quasi più rispettoso di quelle centinaia di corpi umani che cercano sollievo per le proprie ossa umide. Oggi a pranzo mi han detto "andiamo a mangiare un panino fuori, bisogna celebrare". "Celebrare cosa?" faccio io nella mia ottusità. "Il sole" mi è stato risposto. In inglese per indicare giornate del genere viene usato l'aggettivo "glorious" che io trovo stupendo. Oggi era un "glorious day".

Tutti cercano di sintetizzare questa luce forte il più possibile perchè tutti sanno che non può durare. Sappiamo già che domani cambierà di nuovo tutto e probabilmente pioverà, forse ci sarà il vento, di sicuro le nuvole scure cambieranno la luce. Così ci rimetteremo a guardare prima di attraversare la strada, cercare passaggi coperti e assicurarsi di aver messo l'ombrello pieghevole dentro la borsa e ricominceremo ad aspettare con pazienza. Perchè lo sappiamo bene che dovremo soffrire un bel pò ma dopo, alla fine, arriverà di nuovo. Ci sveglieremo un mattino e sarà un "glorious day"

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22/05/2008

London Paper No.23

L'esistenza umana è un vortice che gira, gorgoglia, rutta e alla fine ti risucchia come un sifone del cesso lasciando di te solo un ricordo nella mente di qualcuno. Ma fino a quando non vieni aspirato nella fogna del nulla ti tocca girare vorticosamente in tondo e cambiare, cambiare tutto, cambiare sempre: lavoro, dieta, pantaloni, mutande. Questa volta ho cambiato casa.

Prima stavo su al nord, oltre Camden, più su di Archway, dove la vita scorre tranquilla e uguale a se stessa ritmata dalla spesa settimanale e dall'attesa nella tube per raggiungere la città laggiù in fondo. Ma poi nell'evolversi delle parole incrociate si è costretti a adattarsi e per me, che sono una specie di topo da laboratorio che interiorizza la routine e la ripete quasi a sembrare una persona normale, risulta sempre molto difficile. Ma l'ho fatto ed ora sono a sud del fiume. Non prendo più la tube, ho finito di camminare lungo rettilinei infiniti. Ora passo in vie strette che curvano, svelandosi lentamente, attraverso tagli obliqui negli edifici in vetro, passo sotto volte di mattoni chiari che sostengono linee ferroviarie, costeggio pub, wine bar e piccoli giardini dove la gente cuoce la carne di sera, dopo il lavoro, e salgo al sesto piano con l'aiuto di un ascensore parlante.

Il panorama dalla finestra è mutato. Non c'è più Highgate wood e il deposito dei treni, High point e il campanile di Muswell hill. Di qui intravedo fra le case le ciminiere di Battersea, il Big Eye mi sta addosso mentre lavo i piatti, il cetriolo di Foster lo vedo se sto seduto sul letto e poi, se giro la testa, vedo me stesso riflesso in uno specchio. Solo i rumori son rimasti gli stessi. Però ora non son più gli stanchi vagoni della metropolitana che sfilano lentamente sotto il tetto metallico di un ricovero meccanico ma i treni in attività che raggiungono Waterloo per poi lasciarsela dietro, attraversare il fiume e fermarsi a Charing Cross... O forse no, forse continuano a viaggiare oltre, ma tanto che importa, poi io non li sento più...

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13/05/2008

Places 01 Hammersmith

Stavo pensando che magari per rendere un minimo utile questo spazio, che al momento non lo è per niente, quando mi viene potrei segnalare qualche luogo della città ad uso e consumo di chi, non so... Serve a un cazzo ma almeno un poco di più di tutti quegli altri post inutili. Poi se non vi va comprate una guida e vi andate a vedere il cambio della guardia a Buckingham Palace (è bello? Mica l'ho mai visto)

Quando il cielo vira all'azzurro e la temperatura schizza sopra i ventuno questo è un luogo da non mancare. Il nome a quelli della mia età riporta ai tempi dell'Odeon. Mai stato ovviamente ma mi ci leggevo i resoconti di tutti i concerti dei miei eroi di allora su Ciao 2001 o Rockstar e me l'immaginavo un posto enorme, infinito, messo in un luogo immenso. Oggi si chiama Apollo, Hammersmith Apollo. Il posto è lo stesso degli anni settanta, un teatro con l'ingresso schiacciato sotto un viadotto. Ma rimane un luogo mitico, l'altro giorno quando ci son passato di fronte la locandina diceva "Nick Cave and the bad seeds"

Ma non è lì che si va quando a Londra c'è il sole. Piuttosto si scende dalla tube alla stazione e si percorre tutta Queen Caroline Street che prima è una strada a quattro corsie poi si secca quasi a diventare un cortile e finisce contro un muretto al di là del quale c'è il fiume. Di qui giri a destra e segui una passeggiata pedonale, passi sotto Hammersmith bridge che quasi ci batti la testa e finalmente trovi una teoria minima di pub (due) intervallati dai circoli dei rematori e alla fine un piccolo parco.

Non si viene qui per andare a visitar musei o godere di magnifiche architetture. Ci si limita a star seduti bevendo e guardando il fiume che nel suo gonfiarsi o seccarsi ti da il senso del tempo che passa.

Sull'acqua ci sono diecine di chiatte attraccate che fanno le abitazioni dei loro abitanti. L'alta marea le scuote nel passaggio delle barche a motore e la bassa le adagia delicatamente sull'enorme spiaggia che si crea. Sicuramente non c'è nessuno li sopra che costruisce castelli con le carte.

Se non si è proprio sfigati qui di turisti non se ne trovano ma ci si immerge in mezzo alle carni eburnee dei londinesi che assorbono ogni raggio di sole che la meteorologia britannica regala loro. Cosa che, dopo solo un anno e mezzo, ho cominciato a fare anche io.

Consigliato alle persone che vogliono perdersi nei pensieri lenti del pomeriggio osservando lo scorrere delle correnti e le  sponde verdi che si confondono nella foschia della lontananza.

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03/05/2008

di dolore ostello

C'è un atroce legame che unisce le cose, qualcosa che si viene a ripetere, un "filo di pane fra miseria e fortuna". Come quando ci siamo annegati in una serie di goal sopra il porto di Genova prima che i mercanti di cazzate avessero l'avvallo di un popolo talmente declinato al peggio da non potersene neppure accorgere. E adesso, che siamo stati affondati in uno stadio colmo di gente muta prima che ai conservati etoniani venissero aperte le porte sulle sedie vuote della town house.

Cambiano i rapporti, la temperatura di base, il colore dell'erba, ma poi alla fine nella mia prospettiva non varia nulla.

Magari un giorno provo ad analizzare cosa c'è nei sottoscala dei miei neuroni e così forse capisco perchè devo sentirmi un peso raddoppiato, da portare in giro anche quando vado a fare la spesa. Il capitano era stato chiaro, ma certe volte i ragazzi non seguono completamente e tu ti addolori di più per chi ti sta vicino e soffre il freddo della notte che sta appena fuori dalle finestre aperte e magari pensava che c'era un altro modo di stare insieme l'ultima sera.

Poi milioni di persone vanno a esprimere un parere, e pare sia chiaro. C'è una sorta di tizio piuttosto imbarazzante che diventa il sindaco e segna il risultato di sette giorni  che finalmente muoiono in un fine settimana bancario.

C'è da dimenticare, come sempre. Da sedersi, appoggiare i piedi e guardare fuori, poi socchiudere gli occhi... e addormentarsi.

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23/04/2008

trust the skipper

"Chelsea realise they are in for a tough game at Stamford Bridge, we've done it so many times before in these sort of ties. We never say die, that's something we've got within us."
 
Certi risultati ti fan rimanere male. Non per il punteggio in se, ma per come tutto succede. Specialmente quando ti stavi quasi rilassando, e c’era l’ultimo secondo e la palla andava verso uno rosso e tutto sembrava scritto e controfirmato.
Era parecchi mesi che non mi succedeva d’incazzarmi così per una partita. Ma poi non è neanche vero, mica ero incazzato. Ero basito, uguale a come quando ho letto la notizia dell’esonero.
E poi col Toro ci ho fatto una specie di callo, un pareggio a occhiale quest’anno è una cosa che accogli con sollievo. Poi un campionato ha tante partite, c’è sempre una possibilità di redenzione, un’altra prova, una domenica ulteriore, probabilmente senza gol da parte nostra ma vabbè...
Certe altre partite scavano il risultato nella memoria e, anche se ti provi a non pensartele, ogni tanto rispuntano fuori a pungerti nel ricordo. E mi sa che quella di ieri farà parte della serie. Pensavi che diventasse tutto facile e poi tutto si complica maledettamente e diventa parecchio difficile.
Poi stamattina sul giornale leggo quella dichiarazione di StevieG, e mi sono pensato che quello è un vero capitano e forse anche Valentino pensava o diceva cose simili e poi si tirava su le maniche della maglia. Allora ho capito che sarà terribile ma che si può entrare nel silenzio di tomba che è lo stadio degli innominabili e ribaltare la storia, fare capire che avere la vista su Fulham Road non basta a passar semifinali e se i russi  vorranno andare a Mosca dovranno pagarsi il biglietto, che di fronte avranno una squadra che giocherà al football, insomma.
Non lo diciamo mica noi, lo dice il Capitano.
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17/04/2008

paura non abbiamo... o no?

Domani è venerdì. se ci va di culo non dovrebbe succedere più niente, almeno fino a domenica sera.
Non posso dire che non mi ricorderò questi sette giorni. Già domenica aspettavo qualcosa di brutto ma speravo che fosse almeno preceduto da un pareggio. Mica molto di più. Mi bastava il pollo alla cacciatora nello scantinato del signor Grilli a farmi venire l’acidità di stomaco. Lui e il vino rosso in caraffa, quel vino con il sapore assolutamente indefinibile e la schiumetta in superficie che gli da quell’apparenza di fintafreisa. Invece no. Niente pareggio, i fratelli ci hanno grigliato.
Poi quello che sarebbe successo il lunedì già si sapeva. Magari non se ne intuivano le proporzioni, o io non ci arrivavo o forse me ne sono soltanto rimasto vigliaccamente nascosto oltre il canale distillando banali ironie sulla natura italiota. Fatto stà che ad abitare qui mi sono risparmiato un bel po’ di menate assortite anche perché, toccando il fondo della mia codardia, mi sono autoimposto di informarmi sulle elezioni solo attraverso la stampa locale. Diffatti, a un certo punto, le mie fragili idee sono diventate ancora più confuse non capendo più se stavo leggendo dell’Italia o dello Zimbawe. No no, il tizio non era di colore, indossava una giacca doppiopetto blu (almeno credo) e non portava occhiali, almeno al momento.
Ma poi? Quell’altra mica me l’aspettavo. Il bel mattino dopo che mi sveglia mi porta la notizia dell’esonero di WAN. E ancora non era tutto perché mi mancavano quelle poche righe prima di arrivare al nome del sostituto. Non ho provato niente. Solo un immenso senso di vuoto. Non avevo nemmeno la voglia di mettermi a capire. Mi sono messo a lavorare.
Poi però i pensieri girano e ti vengono in mente delle cose. Così ho cominciato e rimuginare un parallelo senza convergenze. In fondo il futbol italiano assomiglia maledettamente alla politica. Si taglia l’ici, si cambia l’allenatore, perché le masse hanno bisogno di soluzioni semplici da comprendere fottendosene delle conseguenze sui comuni e sulle squadre di calcio. E poi al popolo, a strisce e pure no, non faceva neppure tanto schifo Moggi e i suoi sistemi, anzi lo ammiravano, e neppure tanto segretamente. La furbizia nello stivale paga, e pure bene. 
E il nostro? Il presidente del TFC intendo, cos’è? Non è un allievo di quell’altro al governo? Non ha quella stessa personalità invadente e accentratrice del loffio? E se non ci fosse lui? Ci sarebbe un altro uguale preciso che fa, disfa, costruisce e distrugge chè tanto i soldi sono suoi e ci fa il cazzo che gli pare. Sei tu il coglione che perde il suo tempo a tifare.
Ma poi mi sono fermato e non ho più pensato perché mi stava risalendo il pollo della domenica. Mi sono alzato e mi son fatto un te, nero, senza zucchero. Tornando verso la mia scrivania mi son messo a chiacchierare con un mio collega su un progetto su cui stava iniziando a lavorare. Una fabbrica di gelati in Azebaijan. Mi son seduto, ho guardato la marea che saliva riempiendo lentamente il fiume e mi sono finalmente rilassato. Tanto a domenica mancano ancora tre giorni…
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13/04/2008

London Paper No. 22

Siamo esseri che vivono appesi al filo dei  ricordi. Certe volte abbiamo bisogno di girarci indietro e risalire come salmoni la corrente.
La mia storia in questo posto è sottile come fogli di carta trasparente che coprono nemmeno diciotto mesi. Tempo divisibile per tre.
Così, per ricordarmi quello che ho fatto l’ultimo anno, oggi, sono salito al villaggio di Highgate.
Il sole intermittente e il vento misto a pioggia della primavera britannica ritmavano il pomeriggio. Il parco e la città di sotto sono ancora lì con le panchine e le iscrizioni a ricordare persone passate. Guardi in basso e vedi il vibratore di St. Mary Axe, poi St. Paul, Barbican e, dopo, il cielo grigio del sud. Poi deve esserci altro, ma si perde nella foschia…
La discesa del ritorno è un passaggio dalle case pubbliche.
Dopo le sedi delle associazioni degli amici delle arti c’è un pub con i vetri innervati da barre di piombo. Tu entri e siedi di fronte alle finestre. Il sole del tardo pomeriggio entra diagonale sulle pedate della scala in legno scuro. Le persone conversano quasi sussurrando…
Poi, più giù, il “Wrestlers”. Il camino di fuoco vero acceso. La bitter appena fresca fra le mani, il profumo di legna. Il ragazzo che si ricorda cosa bevi e ti fa sentire al sicuro. C'è bisogno di appartenere a qualcosa certe volte. Intanto guardi dai vetri e  pensi a una casa che non sai neppure dov’è.
Ma qualcuno che ti tiene in mente c’è ancora, per ora, e tu per questo sei vivo. Così si scende più giù. C’è un posto che vende kebab. Ci ha i tavoli in fòrmica e le sedie di plastica verde.
Fuori c’è Archway road, la strada non è un granchè ma porta verso il mio posto, e questo è abbastanza. Almeno per questa sera.
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categoria: london


04/04/2008

London paper No.21

Alla fine l’ho fatto. Ci è voluto un po’ di tempo però poi è successo.
Me lo avevano già detto al colloquio, poi nell’induzione al primo giorno di lavoro.
“Ci abbiamo la palestra al piano terra. Se desideri ti ci puoi iscrivere, fanno trenta pound all’anno”
“Mica molti” penso.
 
Ho i miei tempi io. A Novembre ho valutato le possibilità di frequentare uno di quei posti che mi han sempre schifato solo all’idea. A Dicembre c’era Natale, era tutto un po’ un casino. A Gennaio ho preso la decisione, si invecchia mi dico in me stesso, e allora si va tutti in palestra: io, me e quell’imbelle che sono.
Dunque ho aspettato i saldi, una sottile strategia per risparmiar denari. A Febbraio avevo il corredo sportivo, a Marzo c’è l’equinozio di primavera. Poi è arrivato il primo Aprile. Manco per uno scherzo del destino e mi son ritrovato calzato e vestito nella stanza delle macchine e dei bottoni. Quella con la moquette lilla e gli specchi alla parete lunga.
Io l’ultima volta che ho fatto educazione fisica è stato alle superiori. Facevo la cavallina e il salto in alto, al limite la partita di pallavolo. Una volta la pallamano ma mi son preso un tiro assassino sulla faccia che son rimasto rimbambito una serie di giornate, ma questa è un’altra storia.
 
Comunque ho un  mio programma, cioè, ho le fotocopie. Bisogna che faccia qualcosa per scaldarmi, forse corro. Ci sono delle attrezzature che servono proprio a quello, c’è un nastro che gira e tu puoi correre veloce e per ore senza muoverti da quel punto, come negli incubi peggiori.
Di fronte hai dei numeri che ti dicono quanta strada hai fatto, quanta il tuo cuore o cose così.
Mi posiziono sul tappeto rotante.
Di fianco c’è una tipa che corre come l’uccello di Wile Coyote. Velocissima, costante, le cuffiette con la musica.
Ho davanti una specie di cloche e un cruscotto di bottoni, numeri e led colorati. Devo decidere il programma, la velocità, il tempo, lo spazio, il destino dei miei prossimi minuti...
La macchina comincia a macinare chilometri, e io sopra. Di fronte c’è una tivù, fanno video musicali. Io vado sciolto, non son neppur sudato. Ci sono gli Abba sullo schermo. La macchina dopo aumenta la velocità, e io dietro. Al secondo chilometro comincio a pensare che è meglio se non forzo troppo. Al terzo c’è Marc Almond che canta “Tainted love”.
Sono marcio lurido, la maglietta si è scurita, puzzo come una capra. Fermo il tappeto. Non gira più.
Di fianco a me la tizia continua a correre costante, le cuffiette, la velocità come prima.
Quando il meccanismo si ferma sono un uomo diverso, di sicuro con molta meno birra in corpo e un dolore alle gambe che diventerà piuttosto seccante nei giorni a venire.
Dopo la doccia esco dallo spogliatoio, c’è ancora del rumore nella sala delle macchine, guardo, è la tizia che corre a cadenza immutata.
L’ho trovata anche la seconda volta che ci sono andato. Correva uguale a prima, o forse non si era mai fermata. Era li, costante, le cuffiette, la velocità di due giorni fa…
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