Winblendon sta laggiù, in un angolo del sud ovest di Londra dove la città non è ancora Surrey ma già abbastanza lontana da se stessa da dimenticarsi del proprio fragore. Adoro i tornei in cui giocano le nazionali di calcio, dove uno che allena è costretto a pescare da quello che gli offre il mercato sotto casa, tranne tentare il trucco dei tre passaporti e, magari, riuscire a portare a casa qualcosa di sfrodo. Non mi danno neppure troppo fastidio tutte quelle persone che hanno un interesse per il football pari al mio per l'entomologia e poi, d'un tratto, si mettono a discorrere dottamente sul modulo o la scarsità tecnica del centrale difensivo svizzero. La cosa stramba che non riesco a fare è di sostenere quella che, per conformità di passaporto, dovrebbe essere la mia squadra.
A dire la verità non ci ho mai speso grossi sforzi, ho sempre avuto un rapporto molto conflittuale con la nazione dove sono nato e con il suo modo di giocare e gestire il calcio (non me la sento qui di usare la parola football, è un termine troppo aulico). Perchè dovrei tenere una squadra che rappresenta una nazione corrotta, nepotista, governata dal braccio armato mafioso e da quello sacro ed oscurantista della chiesa? Una nazione con un dna fascista che vive anelando l'uomo forte?
Però, dice, qui si parla di calcio, mica di politica o cultura. Già, bravo. Perchè, secondo te, io sono uno di quei tizi che dividono le cose? Non credo sia vero e, se anche lo fosse non ho abbastanza senso critico per separare le due cose. Tutto si tiene. Ma se pure tentassi di fare questo esercizio, di nuovo, come potrei sostenere una squadra la cui federazione di appartenenza è gestita dagli stessi nomi di duecento anni fa? Dai Matarrese, i Carraro? Da antennisti calvi e ferrovieri in disuso. Che esprime un campionato corrotto, che fa capitano uno dei maggiori inquisiti di questo sistema che dopo, come direbbero oltretevere, viene colpito dal fulmine di Zeus e costretto a spostarsi a forza di stampelle. E basta, anzi no. Potrei pure passar sopra tutte queste cose solo che mi viene in mente un altro nome: Materazzi. Fino a quando gente così pesta l'erba dei campi di gioco dello stivale il calcio, lì, non potrà mai essere chiamato football. Però sono un individuo aperto alla discussione e, se qualcuno riesce a darmi anche un solo motivo per tifare questa squadra, beh, potrei prenderlo in considerazione.
Bisogna meritarsele le cose, desiderarle, saperle aspettare. Per godere al massimo degli eventi si deve attendere, anche per lungo tempo. Così oggi, dopo più di una settimana di piogge e cieli grigi ci si è svegliati sotto un cielo azzurro intenso.
Non è casuale che, in italiano, città sia femminile. Le città infatti possiedono insieme quella grazia sensuale e quella ostilità dura che solo le donne possono avere. Oggi Londra si è spogliata delle sue nubi per mostrare di se la parte più gradevole e preziosa, il cielo blu e il sole per fare le ombre più nette. Si è regalata così, senza veli, quasi sfacciata, con il decolté che scendeva vertiginosamente lungo le linee verticali dei grattacieli di Canary Wharf e una gonna corta per esibire le sponde del suo fiume quasi a colori. E' bello questo posto con il sole. E' bella la gente che esce a catturarne ogni raggio, a stendersi sulle panchine, a celebrare una temporanea primavera. Anche il traffico cambia il suo rumore, sembra quasi più rispettoso di quelle centinaia di corpi umani che cercano sollievo per le proprie ossa umide. Oggi a pranzo mi han detto "andiamo a mangiare un panino fuori, bisogna celebrare". "Celebrare cosa?" faccio io nella mia ottusità. "Il sole" mi è stato risposto. In inglese per indicare giornate del genere viene usato l'aggettivo "glorious" che io trovo stupendo. Oggi era un "glorious day".
Tutti cercano di sintetizzare questa luce forte il più possibile perchè tutti sanno che non può durare. Sappiamo già che domani cambierà di nuovo tutto e probabilmente pioverà, forse ci sarà il vento, di sicuro le nuvole scure cambieranno la luce. Così ci rimetteremo a guardare prima di attraversare la strada, cercare passaggi coperti e assicurarsi di aver messo l'ombrello pieghevole dentro la borsa e ricominceremo ad aspettare con pazienza. Perchè lo sappiamo bene che dovremo soffrire un bel pò ma dopo, alla fine, arriverà di nuovo. Ci sveglieremo un mattino e sarà un "glorious day"
L'esistenza umana è un vortice che gira, gorgoglia, rutta e alla fine ti risucchia come un sifone del cesso lasciando di te solo un ricordo nella mente di qualcuno. Ma fino a quando non vieni aspirato nella fogna del nulla ti tocca girare vorticosamente in tondo e cambiare, cambiare tutto, cambiare sempre: lavoro, dieta, pantaloni, mutande. Questa volta ho cambiato casa.
Prima stavo su al nord, oltre Camden, più su di Archway, dove la vita scorre tranquilla e uguale a se stessa ritmata dalla spesa settimanale e dall'attesa nella tube per raggiungere la città laggiù in fondo. Ma poi nell'evolversi delle parole incrociate si è costretti a adattarsi e per me, che sono una specie di topo da laboratorio che interiorizza la routine e la ripete quasi a sembrare una persona normale, risulta sempre molto difficile. Ma l'ho fatto ed ora sono a sud del fiume. Non prendo più la tube, ho finito di camminare lungo rettilinei infiniti. Ora passo in vie strette che curvano, svelandosi lentamente, attraverso tagli obliqui negli edifici in vetro, passo sotto volte di mattoni chiari che sostengono linee ferroviarie, costeggio pub, wine bar e piccoli giardini dove la gente cuoce la carne di sera, dopo il lavoro, e salgo al sesto piano con l'aiuto di un ascensore parlante.
Il panorama dalla finestra è mutato. Non c'è più Highgate wood e il deposito dei treni, High point e il campanile di Muswell hill. Di qui intravedo fra le case le ciminiere di Battersea, il Big Eye mi sta addosso mentre lavo i piatti, il cetriolo di Foster lo vedo se sto seduto sul letto e poi, se giro la testa, vedo me stesso riflesso in uno specchio. Solo i rumori son rimasti gli stessi. Però ora non son più gli stanchi vagoni della metropolitana che sfilano lentamente sotto il tetto metallico di un ricovero meccanico ma i treni in attività che raggiungono Waterloo per poi lasciarsela dietro, attraversare il fiume e fermarsi a Charing Cross... O forse no, forse continuano a viaggiare oltre, ma tanto che importa, poi io non li sento più...
Stavo pensando che magari per rendere un minimo utile questo spazio, che al momento non lo è per niente, quando mi viene potrei segnalare qualche luogo della città ad uso e consumo di chi, non so... Serve a un cazzo ma almeno un poco di più di tutti quegli altri post inutili. Poi se non vi va comprate una guida e vi andate a vedere il cambio della guardia a Buckingham Palace (è bello? Mica l'ho mai visto)
Quando il cielo vira all'azzurro e la temperatura schizza sopra i ventuno questo è un luogo da non mancare. Il nome a quelli della mia età riporta ai tempi dell'Odeon. Mai stato ovviamente ma mi ci leggevo i resoconti di tutti i concerti dei miei eroi di allora su Ciao 2001 o Rockstar e me l'immaginavo un posto enorme, infinito, messo in un luogo immenso. Oggi si chiama Apollo, Hammersmith Apollo. Il posto è lo stesso degli anni settanta, un teatro con l'ingresso schiacciato sotto un viadotto. Ma rimane un luogo mitico, l'altro giorno quando ci son passato di fronte la locandina diceva "Nick Cave and the bad seeds"
Ma non è lì che si va quando a Londra c'è il sole. Piuttosto si scende dalla tube alla stazione e si percorre tutta Queen Caroline Street che prima è una strada a quattro corsie poi si secca quasi a diventare un cortile e finisce contro un muretto al di là del quale c'è il fiume. Di qui giri a destra e segui una passeggiata pedonale, passi sotto Hammersmith bridge che quasi ci batti la testa e finalmente trovi una teoria minima di pub (due) intervallati dai circoli dei rematori e alla fine un piccolo parco.
Non si viene qui per andare a visitar musei o godere di magnifiche architetture. Ci si limita a star seduti bevendo e guardando il fiume che nel suo gonfiarsi o seccarsi ti da il senso del tempo che passa.
Sull'acqua ci sono diecine di chiatte attraccate che fanno le abitazioni dei loro abitanti. L'alta marea le scuote nel passaggio delle barche a motore e la bassa le adagia delicatamente sull'enorme spiaggia che si crea. Sicuramente non c'è nessuno li sopra che costruisce castelli con le carte.
Se non si è proprio sfigati qui di turisti non se ne trovano ma ci si immerge in mezzo alle carni eburnee dei londinesi che assorbono ogni raggio di sole che la meteorologia britannica regala loro. Cosa che, dopo solo un anno e mezzo, ho cominciato a fare anche io.
Consigliato alle persone che vogliono perdersi nei pensieri lenti del pomeriggio osservando lo scorrere delle correnti e le sponde verdi che si confondono nella foschia della lontananza.
C'è un atroce legame che unisce le cose, qualcosa che si viene a ripetere, un "filo di pane fra miseria e fortuna". Come quando ci siamo annegati in una serie di goal sopra il porto di Genova prima che i mercanti di cazzate avessero l'avvallo di un popolo talmente declinato al peggio da non potersene neppure accorgere. E adesso, che siamo stati affondati in uno stadio colmo di gente muta prima che ai conservati etoniani venissero aperte le porte sulle sedie vuote della town house.
Cambiano i rapporti, la temperatura di base, il colore dell'erba, ma poi alla fine nella mia prospettiva non varia nulla.
Magari un giorno provo ad analizzare cosa c'è nei sottoscala dei miei neuroni e così forse capisco perchè devo sentirmi un peso raddoppiato, da portare in giro anche quando vado a fare la spesa. Il capitano era stato chiaro, ma certe volte i ragazzi non seguono completamente e tu ti addolori di più per chi ti sta vicino e soffre il freddo della notte che sta appena fuori dalle finestre aperte e magari pensava che c'era un altro modo di stare insieme l'ultima sera.
Poi milioni di persone vanno a esprimere un parere, e pare sia chiaro. C'è una sorta di tizio piuttosto imbarazzante che diventa il sindaco e segna il risultato di sette giorni che finalmente muoiono in un fine settimana bancario.
C'è da dimenticare, come sempre. Da sedersi, appoggiare i piedi e guardare fuori, poi socchiudere gli occhi... e addormentarsi.